BIOGRAFIA

Sono nata in Sicilia nel 1954, e sono cresciuta fra la Brianza e Como. Negli anni del liceo e dell’università ho vissuto, con la famiglia, a Roma, dove mi sono laureata in Lettere alla Sapienza. Dal 1985 vivo a Milano.
Giornalista, ho cominciato a scrivere di sport per il Coni, in seguito di moda e viaggi.
Sono stata poi assunta nella casa editrice De Agostini infine, per quasi trent’anni, ho lavorato in Rizzoli, nei periodici (casa e design). Mi sono sempre occupata anche di editoria, recensioni, revisione di testi. Nel 1992, con la casa editrice Clup ho pubblicato la guida Albania, paese in cui ero stata, per mia iniziativa, nell’ottobre 1989 (un mese prima della caduta del Muro di Berlino).
Nel 1993 ho partecipato al Premio Montblanc col mio primo romanzo Il Catalogo, inedito. Nel 2002 è uscito Per l’aperitivo; nel 2005 Senza trucco, entrambi con Mazzanti Editori di Venezia. Ho poi pubblicato, con ilmiolibro.it, un altro lavoro di narrativa: Due locali a Chinatown (2010) e Vedo la Terra blu (2011),raccolta di pensieri e recensioni apparsi dapprima in un blog, successivamente in un sito, poi chiusi. È del 2022 il romanzo più recente, una memoria, Cronache degli ultimi tempi, sul periodo della pandemia a Milano, e dedicato al giornalista Stefano Carrer, prematuramente scomparso nel 2020. Vedi anche il sito www.buscarlevante.it.

INTROSPETTIVA

Neologismo, perché qui inteso
come sostantivo (al pari di
retrospettiva). Episodi e analisi
personali, interiori.

February 24, 2026

2-26 PIU' CHE MILANESE-ANSELM KIEFER

Al grande artista tedesco è dedicata la mostra più importante dell’anno, evento mondiale ospitato nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale (un lavoro appositamente commissionato a Kiefer per Milano nell’anno olimpico). Si intitola Le alchimiste e consiste in 40 enormi tele (5 metri x 3) 38 delle quali dedicate ognuna a una donna, alcune delle tante dimenticate, perseguitate, uccise, che dall’antichità in poi hanno coltivato e studiato botanica, chimica, medicina, astronomia, secondo filoni di ricerca sperimentali e audaci, prima misconosciuti, poi riscoperti come basi irrinunciabili di tanti progressi anche scientifici.

E’ aperta fino a settembre, ben oltre l’appuntamento di Milano-Cortina '26 per cui è stata concepita; e in primavera Kiefer stesso tornerà in città per una serie di presentazioni e conferenze (da definire le date).

Il magnifico catalogo Kiefer - Le Alchimiste di Marsilio Arte, con splendide foto dell’esposizione, contiene - tra i numerosi ricchissimi saggi sull’artista e sulla storia delle protagoniste di quest’opera - il Borderò Kiefer 2024-2026, cioè il diario tenuto da Gabriella Belli, storica dell’arte curatrice della Mostra, da quel giovedì 26 gennaio 2024, giorno in cui Kiefer venne a Milano proprio per attraversare gli spazi della Sala delle Cariatidi dove le sue immense tele sarebbero state ospitate. Poi è la curatrice, nel giugno 2024, a recarsi a Croissy-Beaubourg, nel gigantesco atelier di Kiefer dove, in un ambiente delle stesse misure della destinazione milanese, già troneggiano i primi sei teleri “interfacciati l’un l’altro, a comporre tre stanze che si rincorrono”.

...

E’ vero (l’ho letto non ricordo dove): l’allestimento definitivo a Milano satura la sala in un affollamento quasi claustrofobico; per le dimensioni dei pannelli, per la loro barocca consistenza materica, per i molti elementi tridimensionali, arbusti, rami secchi o fioriti, che sbocciano prepotenti da queste tele austere, con figure femminili artisticamente poco rassicuranti, ma ognuna sovrastata dal proprio nome scritto da Kiefer in lettere d’oro.

Un po’ di respiro, dunque, si trova spostando lo sguardo sugli antichi specchi che scandiscono l'ambiente. O alzandolo verso le smozzicate cariatidi, ancora offese dal bombardamento alleato inglese che sbriciolò la sala nella notte del 15 agosto 1943.  

L’insieme, facendo su e giù più di una volta per tutto l’iter della mostra, appare allora stupendo, perfettamente fuso tra le ferite fisiche dello spazio e le ulcerazioni delle tele, offese, scarificate dall'autore con vari procedimenti chimici - alchemici? - bruciature, combustioni, di metalli, piombo soprattutto, molto amato dall’artista.

                                                                                   ***

Questo processo di lavorazione - come nella fucina di un dio del fuoco - è raccontato nel documentario di Wim Wenders Anselm, Das Rauschen Der Zeit (Il rumore del tempo) del 2023. Illustra il passato umano dell’artista, la sua visione politica, spesso discussa (per le sue provocazioni fu accusato di fascismo e di nazismo); mostra l’atelier di Crossy, alla periferia di Parigi, dove ora Kiefer vive e si sposta in bicicletta fra un quadro e l’altro, tra fuoco, acqua, metalli fusi e sublimati, riversati nelle sue monumentali opere. Nella Francia del sud ci sono gli 80 ettari dell’atelier di Barjac, utilizzato dal 1992 e, dal 2020, diventato fondazione Eschaton. Qui, sparse su un immenso prato incolto, intorno all’edificio di una vecchia filanda dismessa, si susseguono le celebri torri sbilenche che Kiefer riproduce e modifica nel tempo e sono la sua opera seriale più riconoscibile.

Curiosamente dimenticate in alcune recensioni delle opere dell’artista che recupero su internet, è a Milano, nell’Hangar Bicocca, che sono ospitati alcuni di questi manufatti, I sette palazzi celesti (assemblati fra 2004 e 2015) opera permanente dal 2004 nello spazio ex fabbrica Pirelli recuperato all’arte contemporanea. Sono torri alte fra i 13 e i 19 metri, in cemento armato più piombo (la materia della malinconia), con moduli presi da container per il trasporto delle merci, pesanti ognuna 90 tonnellate. Sono i Palazzi descritti nell’Antico trattato ebraico Sefer Hechalot, Il libro dei Palazzi/Santuari, del V-VI secolo d.C. L’opera antica vuol narrare il percorso spirituale per avvicinarsi a Dio ma - quando ho visitato l’allestimento - ho immaginato un propedeutico cammino a ritroso che allontana dall’ultraterreno. Le torri sgretolate e polverose, infatti, sono circondate da un’infinità di oggetti scuri e consunti - residui di un mondo post-atomico. Nel corso del tempo, intorno ai Palazzi sono stati collocati 5 grandi quadri di Kiefer dipinti fra 2009 e 2013. La simbologia dell’insieme è di una densità difficile da raccontare.

Le Alchimiste, e I sette palazzi in esposizione permanente, non si possono certo confinare fra le bellezze solo di Milano, sono più che milanesi. Appartengono al mondo, ma stanno qui, nella metropoli-bonsai capoluogo lombardo aperta al mondo.

Palazzo Reale, Milano. Sala delle Cariatidi, Le Alchimiste di Anselm Kiefer.

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March 28, 2026

3-26 PIU' CHE FANESE-LA BASILICA DI VITRUVIO

Siamo tutti fanesi.

Il 19 gennaio 2026, ore 9.21 pm, l'agenzia di stampa Reuters scrive che in Italia è stata trovata la Basilica progettata da Vitruvio, il padre dell'architettura. Il 22 gennaio, ore 2.12 pm, altro lancio d'agenzia più completo: "Roman Architect Vitruvius' only Known building discovered in Italy", dove Italy significa Fano.

Per un flash che fa il giro del mondo, il nome di questa cittadina delle Marche poco a sud di Pesaro, bagnata dal mare Adriatico, è sconosciuto ai più. Fanum Fortunae, fondata dall'imperatore Augusto su un precedente insediamento, è lo sbocco al mare della via Flamina, la consolare romana che dalla Capitale attraversa la Penisola da ovest a est, scavalca gli Appennini del centro Italia, si affaccia sull'Adriatico proprio nella città della Fortuna (oggi 60 mila abitanti, la terza della regione per l'anagrafe) per poi risalire lungo costa fino a Rimini.

Vivo a Milano. Vengo a Fano d'estate da molti anni, all'inizio per pura villeggiatura, ma quasi subito anche attratta dalla percezione di una sua invisibile forza magnetica. Il porto che accoglie le vongolare - le imbarcazioni che qui praticano la pesca più diffusa e redditizia - è raccolto lungo via Nazario Sauro, col suo frequentatissimo Caffè del porto, luogo di ritrovo, dalle 6 del mattino alle 23 (mercoledì chiuso), di pescatori, marinai, gente del posto, turisti. E' stato aperto nel 1999, dove prima c'era un piccolo locale gestito dalla cooperativa di lavoratori del mare che, al ritorno dalla notte al largo, all'alba si ritrovavano qui per una corroborante moretta, il caffè corretto con rum, brandy e anice, secondo un mix tipico di Fano, oggi arcinoto e molto commerciato.

Da questo punto del litorale, rivolgendosi al mare, a sinistra si guarda verso il Lido, la lunga spiaggia di sabbia prolungamento di quella della Romagna, più a nord, e si vede bene il promontorio di Pesaro, il capoluogo, collegato da qui con un'unica pista ciclabile, o con il treno regionale in soli 7 minuti. L'acqua è bassa, gli stabilimenti balneari con poca fantasia si chiamano Lido 1, Lido 2, Lido 3, la passeggiata pedonale si allunga fra ristorantini e chioschi, la luce è pacata, riflette il colore acquerellato del basso fondale.

Il porto è lo snodo, però: il perno di una bussola ideale, o rosa dei venti, che puntando a sud, superata la folla di imbarcazioni da pesca o turismo, bruscamente presenta un litorale totalmente diverso, la lunga spiaggia di Sassonia, di ciottoli su acque più rapidamente profonde, sature di blu, turbolente, che infatti è stato necessario proteggere con muraglioni frangionde; un litorale che finisce con la spiaggia libera e la vista del promontorio del Conero, e accoglie i bagni, che qui portano il nome del proprietario, molti locali e la bella piscina scoperta.

La sabbia e i sassi, due microcosmi che si incontrano, dove la Romagna tocca l'antico ducato di Urbino, le Marche.

Il nord, il sud, l'est del mare Adriatico, e l'ovest: l'entroterra di dolci colline che, se attraversato superando la dorsale appenninica, arriva al Tirreno. Ma, se guardato dal mare, per Fano l'ovest significa prima di tutto il suo centro antico, quello dei Montefeltro e dei Malatesta, ma arroccato nelle mura fin dall'epoca romana. L'epoca dell'architetto più celebre della Storia.

La Basilica in epoca antica era un edificio civile, uno dei centri vivi del foro romano, un corpo coperto a protezione degli affari dei mercanti, con un angolo più silenzioso per le attività del tribunale, una parte sopraelevata, un soppalco chiuso da un parapetto, come casa di appuntamenti.

Da secoli e secoli si cercava quella di Fano ("... quella della colonia Giulia di Fano che io stesso ho progettato e di cui ho seguito i lavori"). Vitruvio (80-15 a.C. circa) la descrive minuziosamente, con le esatte misure, nel quinto libro del suo De Architectura, la bibbia di questa disciplina, dieci libri scritti fra il 30 e il 20 a.C., dedicati alle tecniche di costruzione, ma accompagnati da una visione umanistica della professione e del suo fine, che attinge da molte discipline. Perché costruire, e per chi? Per l'uomo, per il benessere dell'uomo, perché il bello fa stare bene.

Nel testo c'è la saggezza dello studioso ormai ritirato dall'attività: ingegnere-architetto di Giulio Cesare prima, come sovrintendente alle macchine da guerra, poi per Augusto, al quale dedica il suo trattato.

Così nel Primo libro: l'architetto deve essere "... versato nelle lettere, abile disegnatore, esperto di geometria, conoscitore di molti fatti storici; nondimeno abbia anche cognizioni in campo filosofico e musicale, non sia ignaro di medicina, conosca la giurisprudenza e le leggi astronomiche ..." (Vitr. 1, 3). Le motivazioni che rendono necessarie tali conoscenze sono spiegate una per una. E basta leggere ciò che scrive a proposito della preparazione filosofica per cogliere l'aspetto etico del suo pensiero a proposito della figura dell'architetto: "... La filosofia contribuisce a renderlo magnanimo, modesto, condiscendente, equo, fidato e, cosa più importante, non avido; nessuna opera infatti può essere condotta a buon fine senza lealtà e rettitudine. (Vitr. I, 7).

In attesa che i due volumi del saggio edito da Einaudi, "attualmente non disponibili", siano riproposti sul mercato (anche alla bibioteca Memo di Fano il titolo è in prestito), attingo a un ampio articolo pubblicato nel numero di novembre 2024 della rivista leCentocittà, periodico dedicato al territorio marchigiano, a firma Dino Zacchilli - studi classici e linguistici, appassionato curatore del lascito vitruviano - ora presidente del Centro Studi Vitruviani, con sede in via Arco d'Augusto, dove ci incontriamo. "Considero il De Architectura come una lettera al Potere. L'autore si rivolge direttamente ad Augusto, gli dà suggerimenti sull'urbanistica, l'ambiente, la natura, per favorire il benessere dell'uomo, e gli ricorda che la conoscenza è più importante della ricchezza. Il sapere costruisce l'umanità." Nel Centro sono raccolte molte preziose edizioni del trattato, la prima in volgare di Cesare Cesariano, del 1521, quella del 1560 di Daniele Barbaro, edita a Venezia, con i disegni di Andrea Palladio. Un volume di grande formato è la traduzione in cinese; in tutto, sugli scaffali sono conservate una quindicina di edizioni in lingue straniere. Ora si spera in un rilancio dell'attività di convegni e seminari, già frequentati da giovani e studiosi italiani e non solo.

"Il più illustre seguace è Leonardo, che disegna l'Uomo vitruviano (l'Homo bene figuratus) secondo i dettami dell'architetto fanese," continua Zacchilli "ma si rifanno a lui anche Leon Battista Alberti, Bramante, Raffaello (che non conosceva il latino e si affidò a un traduttore per studiare il De Architectura), fino al Palladio, come si diceva, e poi a Le Corbusier e, ai giorni nostri, Renzo Piano". Secondo il quale "dobbiamo ripartire da Vitruvio, dai principi vitruviani", dalla sua nota triade firmitas, utilitas, venustas, per avere costruzioni solide, utili e belle. Sempre Zacchilli, con Salvatore Settis (archeologo, storico dell'arte, già direttore della Normale Superiore di Pisa) aveva auspicato - ancora oggi lo spera - che la pesante eredità vitruviana potesse sfociare in un testo da utilizzare come solenne giuramento degli architetti, come i medici sottoscrivono quello di Ippocrate. L'iniziativa per ora non ha avuto seguito, se non in modo individuale ...

Insieme con la rivista, Emanuele Palazzi, della libreria Emera, in via Garibaldi, mi ha segnalato anche la riproduzione digitale "su cartoncino di pregio" di una illustrazione cartografica della mappa della città di Fano, risalente ad alcuni illustratori fiamminghi e tedeschi fra 1550 e 1600, con alcuni successivi ritocchi, fino a quelli dell'illustratore olandese Pierre Mortier, del 1698, in cui la pianta di Fano è parte dei quattro volumi dedicati al Theatrum Civitatum...Italiae. D'altronde Emanuele, appassionato di Giappone e di James Joyce, è laureato in lettere antiche, indirizzo archeologico. Con una certa emozione mi fa notare, a proposito di Vitruvio, che l'elemento eccezionale di questa carta è l'indicazione - in legenda - al punto 74, delle "Vestigie della Basilica di Vitruvio", numero che sulla mappa segna la posizione che oggi sappiamo essere esatta, di cui evidentemente, nel corso dei secoli successivi, si era persa memoria. Non c'è da meravigliarsi quindi se, per sua stessa ammissione, il professor Paolo Clini, sulle tracce della Basilica fin dai tempi del suo dottorato, nel 1992, ha pianto a lungo quando il ritrovamento, da ipotesi pervicacemente sostenuta, è diventato realtà. Oggi è professore ordinario di Disegno nel Dipartimento di Ingegneria civile edile e architettura nell'Università Politecnica delle Marche, facoltà di Ingegneria, e dirige il dHeKalos Lab, una sigla di laboratorio che riassume competenze specialistiche e sperimentazione avanzata nell'ambito della realtà virtuale e aumentata. Tornerebbe utile.

La stampa locale, e il Giornale dell'Arte scrivono a più riprese della notizia, seguono gli sviluppi, dal ritrovamento della prima colonna, nella piazza Andrea Costa - smantellata nell'estate del 2025 per rifare l'asfalto, grazie al Pnrr - alle successive scoperte e conferme dei giovani archeologi riuniti nella cooperativa riminese AdArte, che ora organizza ogni settimana anche visite guidate ai reperti. Si scava tra i filari di tigli, per ora in salvo ma non per molto, riaffiora una prima colonna, sul lato a ridosso della pescheria, si nota il pilastrino che le dà stabilità, considerato una vera e propria firma di Vitruvio: dal libro V, "le colonne, compreso il capitello, sono alte 50 piedi, con un diametro di cinque; dietro sorgono dei pilastri alti venti piedi, larghi due e mezzo e profondi uno e mezzo..."

Ritrovate quattro colonne, cercando "la prova del nove", seguendo passo passo le indicazioni del testo - che così prende vita concreta, le parole sono pietre, ora, davvero! - col gps si calcola dove potrebbe trovarsi la colonna d'angolo sul lato opposto della Basilica. Dovrebbe essere nella piazza accanto, degli Avveduti, oltre il corpo gemello della pescheria (il ritrovamento principale è il grande rettangolo fra i due bassi edifici gialli), al centro di una carreggiata percorribile dalle auto. Si scava, adducendo il pretesto di un problema a qualche conduttura... e la colonna è lì. Sì, disallineata di 40-50 centimetri rispetto a quanto indicato nel testo (si tenga conto di smottamenti, terremoti, lavori edili di duemila anni), ma è lì, sotto gli occhi della giovane Giulia Ferrara, una delle archeologhe della cooperativa, che per prima vi poggia le mani.

Non credevo che avrei trovato tanto interesse fra i cittadini di Fano per questa novità, seppure clamorosa. Oggi un po' "prigionieri" della rete che protegge gli scavi, i proprietari delle botteghe non si lamentano, capiscono il valore delle rovine a pochi passi dai loro esercizi. Il macellaio Paolo Traini e sua moglie: "Viviamo giorno per giorno, staremo a vedere"; Ricky e Simo della gastronomia di pesce dove mi affaccio spesso, con vere prelibatezze: "Andiamo avanti, ci faranno sapere cosa fare"; soprattutto il bar-ristorante-Darderi Bistro', sull'angolo, raccolto, elegante eden di cucina locale e dolci fatti in casa, con una saletta al piano superiore da cui si può vedere tutto lo scavo. La proprietaria, Francesca, che l'ha rilevato con il marito Davide e la figlia Chiara, mantenendo il nome storico della famiglia originaria, è consapevole dell'importanza del ritrovamento: "E' una cosa grande, vedremo se potremo rimanere o dovremo chiudere l'attività...".

E' il sentimento generale, e il merito credo vada soprattutto a Fano TV, emittente locale che, dopo l'annuncio uffficiale delle autorità con interviste sul campo (a cominciare dal ministro Alessandro Giuli: "C'è un prima e un dopo la scoperta della Basilica", ha dichiarato appena saputo della clamorosa notizia), ha organizzato in studio una serie di sei puntate (per ora), sul valore degli scavi, con una serie di ospiti autorevoli, autorità politiche locali, esperti della Sovrintendenza.

Nelle trasmissioni di Fano TV, uno degli interventi più interessanti è quello di Oscar Mei, professore associato di archeologia e Storia dell'Arte greca e Romana nell'Università di Urbino, e coordinatore scientifico del Centro studi vitruviani.

"Se la scoperta archeologica del XX secolo è stata la tomba di Tutankhamon, la scoperta del nostro secolo è certamente la Basilica, l'unico edificio che Vitruvio (a questo punto probabilmente anche nato a Fano) dice di aver costruito nel Foro della colonia Iulia Fanestris". "E' un fatto sensazionale" continua "perché molti studiosi non credevano esistesse davvero; pensavano fosse una favola, un progetto ideale mai realizzato. Questo perché la Basilica descritta, con le sue misure precise annotate al centimetro, è un edificio gigantesco e visionario, come non ne esistevano neppure a Roma. Colonne del diametro di un metro e mezzo alla base (1.47 per la precisione) sono uniche: fino al cemento armato, non era potuto esistere niente di simile, con un'altezza di 15 metri, per un edificio di 52x35 metri." "Nei secoli XIV, XV, XVI non erano ancora molti gli scavi archeologici; il De Architectura era il trattato di riferimento per ogni costruzione."

Il colosso di Fano... Tutta la sontuosa edilizia monumentale del Rinascimento si rifà al De Architectura, unico trattato della materia giunto integro fino a noi, lo studio tecnico più importante al mondo. Così Fano diventa riferimento, "città-modello", la città-ideale fisicamente esistente.

Il professor Mei da molti anni segue scavi all'estero, a Leptis Magna e a Cirene in Libia, e a Selinunte, in Sicilia, il parco archeologico più esteso d'Europa. Eppure qui a Fano, se si desse seguito ai progetti più ambiziosi, si avrebbe un unicum, molto più significativo della stessa Pompei proprio perché, come ha ricordato Ilaria Rossetti, archeologa, funzionaria della Sovrintendenza, "è la prima volta che abbiamo un testo scritto che passo passo dà le misure esatte di quello che si andava trovando".

Intervistato in viaggio verso Saxa Rubra, dove registra la bella, ampia puntata di Casa Italia del 5 marzo (ora su RaiPlay) sulla Basilica, il professor Clini non usa mezze parole: "Siamo al Sacro Graal dell'architettura. Bisogna raccogliere la grande sfida dell'archeologia urbana: come risolvere la valorizzazione di questo patrimonio in una città abitata, nel suo centro più attivo" - la piazza Andrea Costa ospitava il mercato delle erbe tutti i giorni, ora spostato, di pochi metri, nella piazza degli Avveduti, lì accanto. "L'antico può essere il motore per la contemporaneità. Ma bisogna coinvolgere le menti migliori, i grandi architetti". Ascoltando Paolo Clini, e osservando un rendering di progetto elaborato dal centro studi che dirige, d'improvviso mi è venuta in mente la struttura hi-tech che protegge l'Ara Pacis a Roma... chissà.

L'architetto, l'archistar Mario Cucinella è già qui: sta al momento lavorando alla trasformazione della storica, importante Biblioteca Federiciana di Fano; inoltre ha sottoscritto il giuramento di Vitruvio il 7 marzo 2024, nella sede del Centro studi vitruviani.

Il professor Clini, che trovo nuovamente a fare da Cicerone intorno agli scavi qualche giorno dopo l'intervista, ha ben chiara la necessità di uno sforzo anche economico di grande respiro, a livello internazionale. Per ora 300 milioni sono stati dati dal Comune e dalla Sovrintendenza, in parti uguali, per proseguire gli scavi: "Ci aspettiamo di trovare ancora molto", continua Clini. La soluzione da lui pensata, che preferisce non raccontare in dettaglio, è ambiziosa, visionaria, di sicuro attrattiva per tutto il mondo, con Fano che si scopre di richiamo internazionale. E lo afferma pur essendo ben consapevole che l'entusiasmo del momento si potrebbe spegnere, e che sono legittime le tensioni che affiorano - come ho potuto verificare - fra i gestori degli esercizi che ancora non sanno che cosa succederà loro; ma il dialogo con le autorità locali è aperto.

Il professore infatti chiarisce: "Bisogna fare bene i conti, e bisogna dimostrare rispetto per la città, per le sue esigenze. Bisogna soprattutto far sentire partecipe tutta la comunità, spiegare ancora il valore di questo ritrovamento. I fanesi vanno coinvolti, si spera che si innamorino di Vitruvio, che vadano orgogliosi di questo illustre concittadino, patrimonio dell'umanità".

Nella trasmissione di Casa Italia -  divagazione più leggera - a questo proposito Clini ha presentato una confezione del Profumo Vitruvio, composto da un maestro profumiere sulla base di quelle che potevano essere le essenze più utilizzate ai tempi dell'architetto. Insomma, Vitruvio dovrebbe diventare un personaggio pop.

A questo proposito, la signora Francesca di Darderi Bistro' mi diceva che aveva quache remora a inventare un piatto o una focaccia dedicati a Vitruvio, perché li sentirebbe come una mancanza di rispetto. Ma io ricordo quando all'università La Sapienza, a Roma, il professore emerito di inglese Agostino Lombardo rassicurava noi studenti in relazione alle versioni di Shakespeare proposte (stravolte!) da teatrini off e off off off. Ci spiegava che l'autore di Re Lear, Amleto, Macbeth nella sua infinita grandezza poteva sopportare qualunque rilettura e sperimentazione.

Allo stesso modo, nel caso del più illustre cittadino di Fano, ben vengano il profumo, la piadina Vitruvio, o l'insegna luminosa del Pesce Azzurro - la grande mensa popolare gestita dalla cooperativa di pescatori - che raffigura Vitruvio e, alle sue spalle, la fila di clienti in abbigliamento da antica Roma, in attesa davanti al locale, disegnato però come la Basilica. Geniale! A Vitruvio è dedicata anche una t-shirt molto carina e ironica col suo ipotetico ritratto e una frase in latino riferita a Pesaro appena appena campanilista. La maglietta si vende da Vizzo shop, negozio di abbigliamento sportivo a un'estremità della lunga via Nolfi. Lato Basilica.

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