2-26 PIU' CHE MILANESE-ANSELM KIEFER

Al grande artista tedesco è dedicata la mostra più importante dell’anno, evento mondiale ospitato nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale (un lavoro appositamente commissionato a Kiefer per Milano nell’anno olimpico). Si intitola Le alchimiste e consiste in 40 enormi tele (5 metri x 3) 38 delle quali dedicate ognuna a una donna, alcune delle tante dimenticate, perseguitate, uccise, che dall’antichità in poi hanno coltivato e studiato botanica, chimica, medicina, astronomia, secondo filoni di ricerca sperimentali e audaci, prima misconosciuti, poi riscoperti come basi irrinunciabili di tanti progressi anche scientifici.

E’ aperta fino a settembre, ben oltre l’appuntamento di Milano-Cortina '26 per cui è stata concepita; e in primavera Kiefer stesso tornerà in città per una serie di presentazioni e conferenze (da definire le date).

Il magnifico catalogo Kiefer - Le Alchimiste di Marsilio Arte, con splendide foto dell’esposizione, contiene - tra i numerosi ricchissimi saggi sull’artista e sulla storia delle protagoniste di quest’opera - il Borderò Kiefer 2024-2026, cioè il diario tenuto da Gabriella Belli, storica dell’arte curatrice della Mostra, da quel giovedì 26 gennaio 2024, giorno in cui Kiefer venne a Milano proprio per attraversare gli spazi della Sala delle Cariatidi dove le sue immense tele sarebbero state ospitate. Poi è la curatrice, nel giugno 2024, a recarsi a Croissy-Beaubourg, nel gigantesco atelier di Kiefer dove, in un ambiente delle stesse misure della destinazione milanese, già troneggiano i primi sei teleri “interfacciati l’un l’altro, a comporre tre stanze che si rincorrono”.

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E’ vero (l’ho letto non ricordo dove): l’allestimento definitivo a Milano satura la sala in un affollamento quasi claustrofobico; per le dimensioni dei pannelli, per la loro barocca consistenza materica, per i molti elementi tridimensionali, arbusti, rami secchi o fioriti, che sbocciano prepotenti da queste tele austere, con figure femminili artisticamente poco rassicuranti, ma ognuna sovrastata dal proprio nome scritto da Kiefer in lettere d’oro.

Un po’ di respiro, dunque, si trova spostando lo sguardo sugli antichi specchi che scandiscono l'ambiente. O alzandolo verso le smozzicate cariatidi, ancora offese dal bombardamento alleato inglese che sbriciolò la sala nella notte del 15 agosto 1943.  

L’insieme, facendo su e giù più di una volta per tutto l’iter della mostra, appare allora stupendo, perfettamente fuso tra le ferite fisiche dello spazio e le ulcerazioni delle tele, offese, scarificate dall'autore con vari procedimenti chimici - alchemici? - bruciature, combustioni, di metalli, piombo soprattutto, molto amato dall’artista.

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Questo processo di lavorazione - come nella fucina di un dio del fuoco - è raccontato nel documentario di Wim Wenders Anselm, Das Rauschen Der Zeit (Il rumore del tempo) del 2023. Illustra il passato umano dell’artista, la sua visione politica, spesso discussa (per le sue provocazioni fu accusato di fascismo e di nazismo); mostra l’atelier di Crossy, alla periferia di Parigi, dove ora Kiefer vive e si sposta in bicicletta fra un quadro e l’altro, tra fuoco, acqua, metalli fusi e sublimati, riversati nelle sue monumentali opere. Nella Francia del sud ci sono gli 80 ettari dell’atelier di Barjac, utilizzato dal 1992 e, dal 2020, diventato fondazione Eschaton. Qui, sparse su un immenso prato incolto, intorno all’edificio di una vecchia filanda dismessa, si susseguono le celebri torri sbilenche che Kiefer riproduce e modifica nel tempo e sono la sua opera seriale più riconoscibile.

Curiosamente dimenticate in alcune recensioni delle opere dell’artista che recupero su internet, è a Milano, nell’Hangar Bicocca, che sono ospitati alcuni di questi manufatti, I sette palazzi celesti (assemblati fra 2004 e 2015) opera permanente dal 2004 nello spazio ex fabbrica Pirelli recuperato all’arte contemporanea. Sono torri alte fra i 13 e i 19 metri, in cemento armato più piombo (la materia della malinconia), con moduli presi da container per il trasporto delle merci, pesanti ognuna 90 tonnellate. Sono i Palazzi descritti nell’Antico trattato ebraico Sefer Hechalot, Il libro dei Palazzi/Santuari, del V-VI secolo d.C. L’opera antica vuol narrare il percorso spirituale per avvicinarsi a Dio ma - quando ho visitato l’allestimento - ho immaginato un propedeutico cammino a ritroso che allontana dall’ultraterreno. Le torri sgretolate e polverose, infatti, sono circondate da un’infinità di oggetti scuri e consunti - residui di un mondo post-atomico. Nel corso del tempo, intorno ai Palazzi sono stati collocati 5 grandi quadri di Kiefer dipinti fra 2009 e 2013. La simbologia dell’insieme è di una densità difficile da raccontare.

Le Alchimiste, e I sette palazzi in esposizione permanente, non si possono certo confinare fra le bellezze solo di Milano, sono più che milanesi. Appartengono al mondo, ma stanno qui, nella metropoli-bonsai capoluogo lombardo aperta al mondo.

Palazzo Reale, Milano. Sala delle Cariatidi, Le Alchimiste di Anselm Kiefer.