1-26 MEMENTO EUROPA
Di giorno in giorno, ogni giorno è quello cruciale per l’Europa, desiderosa tanto di non inimicarsi gli Usa – il Paese che, con il documento sulla strategia nazionale, sbeffeggia e attacca l’Unione (novembre 2025) –, quanto intenzionata a difendere l’Ucraina, a evitare “l’erosione della civiltà” del Vecchio continente, cosa invece data per certa dalla Casa Bianca.
Ci sono le crisi nazionali: quella francese, secondo il professor Fabbrini contagerà altri Paesi Eu, ci sono le figuracce generali di un’Europa “sempre più prostrata e inebetita di fronte alla guerra ibrida del Cremlino e alle incursioni di droni sul territorio Nato” (Alberto Forchielli e Fabio Scacciavillani, sul Sole 24 Ore), e quindi condannata all’irrilevanza.
A questa litigiosissima Europa si chiede invano coesione e unità di intenti. Scottante l’argomento della comune difesa, osteggiato da nazionalisti interessati solo al loro particulare, al consenso elettorale spicciolo. ReArmEurope non decolla come intenzione comune. Per non parlare del nucleare, inteso come deterrente. Putin schiera l’arma finale in Bielorussia, manda droni in territorio polacco, sorvola impunemente l’Estonia, Washington se ne va, Francia e Regno Unito contano le loro limitate testate.
Ci si trastulla. Mentre Trump si prende il Venezuela e vuole la Groenlandia (danese) perché "gli serve"!
C'è il problema della decrescita demografica. Sull’economia, Mario Draghi (ri)sollecita di darsi una mossa, dopo il suo rapporto sulla produttività del settembre 2024, un anno fa, praticamente ignorato. Parla dell’Italia, necessariamente, col suo primato di fanalino di coda per quanto riguarda il potere d’acquisto dei lavoratori, in costante diminuzione. Promuove un’Europa federale.
Un giorno sì, e l’altro pure, leggo che come europei siamo davanti a uno snodo: siamo lì, allo snodo, da mesi e mesi. Fra mille dubbi e pareri diversi. (Un po’ come, un giorno sì e l’altro pure, si sostiene – puntualmente smentiti - che Giorgia Meloni non può più fare a meno di scegliere fra Europa e Trump, apertura e sovranismo).
I dazi, con cui l’affondo della presidenza Usa nei confronti del globo è cominciato, obtorto collo l’Unione se li è fatti andare bene; non siamo mica la Cina, davanti alla quale Trump ha dovuto fare marcia indietro. Anche l’Europa avrebbe potuto farsi valere di più. Scrive Francesco Saraceno (Domani del 2 novembre ’25) che l’Europa “di carte da giocare ne ha molte”, per quel che esporta negli Usa (macchinari cruciali per l’industria americana, vaccini, etc.) e per quel che importa, “mercato imprescindibile per i servizi digitali degli Stati Uniti”. Invece “hanno mandato von der Leyen allo sbaraglio al vertice di Glasgow in luglio, e l’Europa ne è uscita più debole economicamente e soprattutto politicamente”.
Il dibattito è complesso: per le scelte europee “il passaggio è angusto”. Questa euforia per il riarmo è preoccupante, scrive Vincenzo Gesmundo (segretario generale Coldiretti): ma lo leggo sul Sole del 16 marzo 2025! Oggi tanto entusiasmo si è molto sgonfiato, tornando a considerare, nel dibattito, come un errore, l’aver “rinunciato a un welfare comune, a una tassazione comune, a una normativa per gli scambi internazionali comune, a un investimento nelle nuove tecnologie comune, a una politica di gestione del fenomeno dei migranti comune”. Lo snodo può attendere.
Sfogliare i giornali delle settimane passate è frustrante: addirittura si rispolvera la pensatrice newyorkese Susan Sontag (7 – Corrieredella Sera, 30.10.’25) in un interessante pezzo di Mauro Bonazzi. Lei, invitata in Viet Nam, vi osserva l’orrore causato dal suo Paese, l’America; eppure va oltre le critiche e cerca le ragioni di fondo dei valori occidentali, la loro complessità come le contraddizioni e, in fondo, la libertà di pensiero…

Chissà perché, cominciando a preparare queste note, mi sono lasciata ammaliare da un volumone di Yanis Varoufakis, Cosa ha ucciso il capitalismo – TECNO FEUDALESIMO, La nave di Teseo, 2023. Non ho le competenze per intervenire sulle teorie del politico greco, le possibili soluzioni che infine descrive; ma il quadro del capitalismo (ormai defunto) che dipinge, l’aggressività del nuovo capitale cloud – come Varoufakis lo chiama – che “ha demolito i due pilastri del capitalismo: i mercati e il profitto”, molti altri momenti di trasformazione inquietanti, come l’esordio dello yuan digitale, in via sperimentale, il 14 agosto 2020: questi e molti altri fatti a mio avviso spiegano che oltre la crisi dei valori, della geopolitica, dell’Europa, a complicare la situazione c’è un terremoto finanziario, una guerra per bande fra tutti gli attori dell’alta finanza, vecchio stile e virtuale.
Spiega l’autore sempre sullo yuan: le nostre monete digitali sono veicolate attraverso le banche private. Invece “quello che la Cina aveva creato era una moneta digitale emessa direttamente dalla banca centrale, tagliando fuori questi intermediari, i banchieri privati”.
Mi chiedo: Usa e Cina, con i primi che trascinano nella loro guerra per la supremazia nel mondo tutto l’Occidente, si osteggiano per i metalli rari, per la bilancia commerciale, per Taiwan? Oppure per oscuri complotti monetari? Spiega Varoufakis che negli scambi commerciali lo yuan digitale, come appena detto, scavalca gli intermediari “e, soprattutto, il canale di trasferimento internazionale di denaro che è in tutto e per tutto sotto il controllo delle autorità statunitensi. Non è altro che il peggior incubo di Washington e dei banchieri privati”. Inoltre, dopo l’aggressione russa all’Ucraina, e il sequestro del malloppo della Banca centrale russa da parte degli Usa, il denaro di Mosca, escluso dalle vie del dollaro, “ha iniziato a utilizzare la poco trafficata, scintillante alternativa cinese”.
E questa tesi rafforza la mia convinzione secondo la quale la pretesa di Trump di “separare la Russia dalla Cina” è destinata a fallire, anche se il tycoon lusingasse Putin lasciandogli mano libera in Ucraina e nell’Europa tutta. Che miope!
Dunque,il contesto in cui ci muoviamo, per tentare di salvare il salvabile del nostro piccolo mondo antico, è assai più insidioso di quel che sembra. Minacciati da bitcoin, criptovalute (una follia, secondo l’autore), magheggi della plutocrazia mondiale, i discorsi di politica, filosofia, etica, morale, economia stessa, sembrano sottostanti a una specie di sudario sospeso su tutti questi contenuti, in attesa di avvolgerli, silenziosamente, senza che ce ne accorgiamo.

A FARI SPENTI Istintivamente cerco di aggrapparmi alla messe di valori e libertà tipici (credo!) del contesto europeo. Lo storico Aldo Schiavone per il Mulino ha appena pubblicato Occidente senza pensiero (2025) in cui sottolinea senza sconti la perdita di idee e menti brillanti, autorevoli, sapienti che sono fiorite, fino a un passato ancora prossimo, tra la Senna e il Danubio. Il contributo teorico, patrimonio immateriale che un tempo supportava, o condizionava, anche le scelte politiche dei governanti, si è del tutto svuotato, e oggi viene riempito da slogan straccioni, messaggi populisti senza nessuna articolazione concettuale, una “pressione disgregatrice in cui si mescolano pulsioni reazionarie e vocazioni all’ipermodernità” in cui l’America e l’Europa rischiano di perdersi per sempre avendo, ahinoi, abdicato alla sua creatività “intellettuale e morale”.
L’Europa procede “a fari spenti”, scrive, laddove una volta c’erano “i Maestri”. “Era la formidabile Europa del pensiero che illuminava le coscienze”, con Parigi “il punto luce più importante di quel sistema”, fino agli anni Settanta, Ottanta del secolo scorso, con le fiammelle antivento di Foucault, Deleuze, Lacan, Braudel, Lévi Strauss… : l’elenco fa impressione. In Italia c’erano Momigliano, Chabod, Eugenio Garin, Norberto Bobbio; in Germania nomi come Adorno, Heidegger. Poggiavano sulle spalle “dei padri del mondo nuovo”, gli illuministi Voltaire, Hume, Montesquieu, i filosofi tedeschi Kant, Hegel, Marx, gli economisti inglesi Smith, Ricardo, Bentham.
Dove si è spezzata e perché la cinghia di trasmissione di questo sapere? Perché si è aperta la frattura “fra masse e aristocrazie intellettuali, che sta sfregiando il volto dell’America, e ha aperto la strada allo sfondamento della nuova destra”? Secondo Schiavone una delle ragioni – le quali occupano gran parte di queste 140 dense pagine – è la paurosa accelerazione del progresso tecnologico, “lo scarto fra ciò che ormai siamo capaci di fare tecnicamente e ciò che siamo capaci di pensare per orientare verso il bene comune…”: qui, per l’autore, si definisce “la nuova forma del Male”. Elenca la potenza di calcolo, l’ingegneria genetica, le nanotecnologie, l’intelligenza artificiale. Troppo per le menti umane, per i nostri limiti fisici.
Naturalmente, fra le cause c’è molto altro (e non posso qui riassumere tutto); ma è palese – e diamolo come tesi di partenza da cui tentare di riprenderci - l’assenza di pensiero “che dovrebbe fare da guida al passaggio d’epoca, orientandone direzione e conseguenze”.
Mai in nessuna età storica, su nessuno snodo politico, economico, sociale, su nessuna tesi la concordia è stata totale, pacifica, scontata. Ma Schiavone individua un momento preciso, forse simbolico, in cui l’America si è arresa alle semplificazioni populiste, al poverissimo linguaggio del suo Presidente – bello brutto, buono cattivo, bravo ragazzo brutta persona, incontro fantastico, conferenza noiosa, accordo redditizio: così si esprime Trump – e ha rinunciato a governare il mondo. Di conseguenza, l’Occidente (l’Europa) che si accoda, “ridotto a parlare con la sola voce dell’America … si presenta in modo più povero”.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e delle sue “colonie” europee, gli Stati Uniti “si trovarono d’improvviso a ricoprire il ruolo di unica superpotenza del pianeta”, con la loro forza schiacciante,“il completo controllo dei mari e dei cieli”. Il mondo era nelle sue mani, “e la cruda verità è che non seppe cosa farsene. Un’inadeguatezza clamorosa – un non saper vincere – di cui la storia avrebbe cominciato a vendicarsi in maniera terribile proprio con l’11 settembre".
Ad arricchire questo tema ricordo che, secondo il professor Manlio Graziano, bisogna molto anticipare il momento in cui gli Usa sono diventati l’unica superpotenza mondiale. L’URSS non lo è stata mai; la guerra fredda solo strumentale – attraverso l’enfasi sul “pericolo rosso” – e finalizzata a tenere a bada la concorrenza europea… Il che chiarisce perché oggi è tanto evidente l’odio di Trump per il Vecchio continente, la vera minaccia per la supremazia Usa (l’ipotesi di Eu+Urss era un incubo da scongiurare), proprio per la sua ricchezza consolidata e, sì, forse anche i valori di apertura, inclusione e progresso, dico io, coniugati secondo un pensiero alto, conquistatore.
Il terribile errore americano di non sostenere con un novello piano Marshall “la nascente e fragilissima democrazia russa” ha avuto molteplici, pesantissime conseguenze tangibili fino a oggi.
Tuttavia Aldo Schiavone, dimostrando un notevole slancio ideale, affrontando il problema ormai ineludibile di armonizzare il legame fra progresso tecnologico, globalizzazione, democrazie, scrive che “se ragioniamoi in termini di lunga durata, credo non vi possano essere dubbi, e che la costruzione di un mondo compiutamente unificato sia una meta che non potrà essere mancata, e che prima o poi sarà raggiunta. Alla fine la storia regola sempre i suoi conti. Ma credo anche che su tempi meno lontani le cose siano più complicate, e che l’altra ipotesi – quella che abbiamo chiamato della globalizzazione dimezzata o ridotta alla sola dimensione tecnoeconomica – abbia molte carte dalla sua parte, e che mentre sto scrivendo sia in vantaggio rispetto a ogni soluzione diversa”. Lo sbilanciamento tecnologico – sottolinea ancora – ci porterebbe in un’epoca oscura di durata imprevedibile, in un mondo del tutto distorto. Dobbiamo impegnarci per evitarlo, ripete.
Bisogna lavorarci.

QUALE EUROPA Ciò su cui lavorare, appunto. Questo si chiede Fabrizio Barca col suo Forum DD (Disuguaglianze Diversità), costante difensore dei giovani e attento analista del loro disagio. Sembra proseguire idealmente il discorso di Schiavone, che soprattutto teme “la negazione di quell’uguaglianza della specie come valore non negoziabile, che è stata la più grande conquista intellettuale e morale dell’Occidente”. Dal 23 al 25 gennaio, a Palazzo Ducale di Genova, i temi del Forum sono oggetto di dibattito, con varie tavole rotonde e interventi, sotto il titolo Democrazia alla prova, un appuntamento da cogliere e secondo me il vero, unico impegno concreto denso di elaborazione intellettuale in difesa di “valori interessi conoscenze”, come recita uno degli slogan della presentazione affidata alla newsletter, che ricevo regolarmente. A dare ascolto alle analisi sull’attuale situazione di smembramento europeo e non solo, con le destre montanti e i loro slogan accattivanti e falsi, contrastare la “convergenza tra neoliberismo e autoritarismo” appare come un’impresa titanica. Eppure, quello che mi fa ascoltare con grande interesse il discorso propositivo e ottimista che Fabrizio Barca porta avanti in modo concreto, è l’intuizione che tutto questo – in un mondo totalmente impaurito, sfiduciato, ormai arreso – va presentato “in modo da emozionare e contendere il senso comune prevalente”, perché “la dinamica autoritaria è cementata e incoraggiata (proprio) da un’azione possente sul senso comune”.
Arrivare a (ri)animare - i giovani soprattutto, ma tutti quelli che sono in cerca di un nuovo senso comune, nutrito di pensiero illuminato (come ci ha ricordato il professor Schiavone), con un linguaggio pieno di sentimento - è l’ormai indispensabile “di più” per contrastare il cinismo arrogante e cattivo di quelli che ascoltiamo oggi di qua e di là dell’Oceano. Come scrive il professor Graziano su Appunti di Stefano Feltri, gli elettori di tutto il mondo prediligono i populisti “perché i populisti sanno fare bene solo quel mestiere, che consiste nel dire al popolo quel che il popolo vuole sentirsi dire...”
La prospettiva del convegno, dicono gli organizzatori,non è quella usurante della “crisi della democrazia”, poiché “la democrazia, per sua natura, non è mai data una volta per tutte, ma è un sistema che legittima e governa conflitti e tensioni, che è in continuo divenire e che deve continuamente adattare i propri dispositivi al contesto e rigenerarsi. Il problema oggi è il ritardo di questo adeguamento”.

Ma per noi figli dell’Europa ben vengano anche le domande di Lorenzo Kamel (storico e saggista), che chiede: “L'espansione europea si è incrementata per i suoi valori o per l’uso della violenza”? E’ certamente l’altra faccia della medaglia che non si può ignorare. Per me la difficoltà è solo quella di reperire documentazione accreditata.
Ospite di Appunti di Stefano Feltri, Kamel racconta il passato strapotere delle superpotenze europee: “... ogni sei giorni un Paese del mondo celebra il giorno in cui ha raggiunto la propria indipendenza dalla Gran Bretagna: è la festività più celebrata al mondo”. Pare incredibile… Comunque la visione eurocentrica del pianeta va indubbiamente ridimensionata o, meglio, va chiarito che l’Europa si è a volte/spesso appropriata (fra mille contraddizioni) del copyright – diciamo così – di valori sbocciati altrove.
Kamel cita la studiosa Ellen M. Wood che contesta l’artificiosa separazione della cultura greca dal più vasto mondo mediterraneo e orientale. Cita poi lo studioso guineano José Lingna Nafafé, secondo il quale il principe angolano da Silva Mendoza (1620-1698) è da considerarsi il vero primo promotore dell’abolizione della schiavitù e della liberazione dei neri africani e di altre comunità, cristiane, della penisola iberica e degli indigeni delle Americhe. L’intellettuale etiope Zera Ya’icob (1599-1692) “sottolineò, ben prima di Kant e dell’Illuminismo, la preminenza della ragione e il fatto che tutti gli esseri umani, donne e uomini, sono stati creati uguali”. Infine lo storico di Trinidad Cyril L.R. James (1901-1989) “notò che ‘la tratta degli schiavi e la schiavitù furono la base economica della Rivoluzione Francese”. Furono quindi le lotte sanguinose nei possedimenti d’oltremare (la rivoluzione per l’indipendenza ad Haiti) che imposero il riconoscimento dei diritti umani ai rivoluzionari francesi, plasmarono l’”anima” della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino in Francia.
Questi concetti saranno ripresi dall’autore nel suo saggio in uscita per Einaudi a giugno ’26 Una Storia senza Tempo. L’Importanza della storia al tempo dei suprematismi. Intanto si può leggere anche Ripensare la Storia (Le Monnier 2021), precedente impegno saggistico di Kamel.

Nell'anno accademico 1943-44, all'Università di Milano, Federico Chabod tenne un corso dedicato all'Idea di Nazione, poi raccolto in volume per Laterza nel 1961, con apparato di note e varianti, poi 2021. L'ho trovato una lettura affascinante ("memorabile", secondo Aldo Schiavone), per la chiarezza del linguaggio, rivolto a una classe di studenti davanti a lui, "in presenza"!, e per la linearità dello svolgimento storico lontano, una volta tanto, dalla turbolenta attualità di allora, sul finire della Seconda guerra mondiale e, per me che l'ho letto in questi giorni, lontano anche dal turbolento caotico odierno susseguirsi di fatti politici che lasciano attoniti, che la nostra mente - tornando alle tesi del professor Schiavone (qui sopra) - non ha il tempo di elaborare e organizzare.
Nella prefazione di Armando Saitta ed Ernesto Sestan gli autori, con altrettanta chiarezza, disegnano i confini di questo magistrale corso. "L'esasperazione dei nazionalismi, sfocianti nei razzismi, era largamente diffusa in quegli anni in Europa e variamente mescolata di antisemitismo e di totalitarismo socialmente reazionario. Un senso di nausea saliva negli animi bennati. Ma non si direbbe che Chabod si volgesse a ricercare la nascita della moderna, dinamica, troppo dinamica idea di nazione per rendersi conto dell'inameno presente. Si direbbe piuttosto che l'idea di nazione gli si presentasse come l'altra faccia, complementare e sotto certi aspetti negativa dell'idea di Europa, ma che a questa innanzitutto andassero i suoi interessi di studioso e le sue simpatie di uomo civile. ... l'Europa lo interessava allora come storia del farsi di un'idea e del sentimento o meglio coscienza di una comunità d civiltà." Questo, in alcuni, sintetici concetti, il prezioso inquadramento del corso da parte dei prefatori.
Chabod rinviene il termine nazione fin dalle Università del Medioevo, fin da Guglielmo di Ockham (sic), il filosofo inglese del 1300 che studia l'impero romano. Lì la nazione è ancora la gens, in senso etnico, e per nazione si usa il termine provincia, come in Dante (non donna di provincie, ma bordello, Purgatorio, VI, v. 78). Poi la svolta di Machiavelli, il cui "sguardo è già fermo sulle grandi unità singole, Francia, Spagna". Le cose si complicano molto nel Romanticismo, perché c'è grande ambiguità - vista con la sensibilità d'oggi - sul concetto di nazione, l'insieme di caratteri etnici, di lingua, tradizioni, di un'anima, di una natura che accomunano un popolo, un territorio. Questo, scrive Chabod, "in breve diviene formula stereotipa". "L'idea di nazione è, anzitutto, per l'uomo moderno, un fatto spirituale...."
Riassumo. Daniel De Foe, in un suo scritto politico, The Trueborn Englishman, si situa in questa corrente: spagnoli orgogliosi, italiani lussuriosi, tedeschi ubriaconi, francesi ballerini, volubili, bugiardi. C’è quindi uno stato di natura che può far pensare/anticipare Rousseau.Un elemento che fra i romantici trova organizzazione sistematica è, imprevedibilmente, l’amore per la montagna, l’esaltazione delle Alpi, sempre modellatrici dell’identità individuale e geografica, che influisce sulla formazione del carattere delle nazioni (GuglielmoTell di Schiller, Manfred di Byron). E si lega al concetto di libertà, nel Risorgimento, ma “mentre per i nostri patrioti la libertà è un bene da conquistare, un ideale da attuare, … per svizzeri e tedeschi succede l’opposto: la libertà è quella avita, tradizionale, retaggio ormai di secoli ...” (non so se Chabod a questo proposito avrebbe accettato il termine innata). Il riscatto dal dominiostraniero, contro gli imperatori tedeschi, “vide il centro di quella storia nella Lega Lombarda, nel giuramento di Pontida, nel ‘fuori i barbari’ di milanese origine”. In seguito ci sono i Mazzini, i Cavour, i Cattaneo che danno forma a una libertà moderna, solo pallidamente venata da qualche riferimento alla “propria antica storia”. Tutto diverso dal sentire svizzero – di cui questo saggio molto si occupa – che si nutre di “esaltazione del proprio passato di libere città, liberi cantoni. Approdare a un moderno concetto di nazione è faticoso. Si passa anche dalla “teoria del clima” che determina le preferenze di governo politico dei popoli germanici. Secondo Federico Schlegel “il vero Stato nazionale è lo stato diviso per caste” e, attraverso successive elaborazioni di vari autori, si arriva al “conservatorismo politico, anziché (al) liberalismo”.
Mi fermo qui – circa a metà di queste lezioni - sperando di aver invogliato a leggere per intero questo saggio, saturo di concetti importanti. La nuova lettura della nazione dello Herder (teorico tedesco, 1744-1803), i suoi precetti “non certo lontani da quelli degli esasperati nazionalisti dei tempi nostri”. “Autarchia spirituale, insomma: qual contrasto con il desiderio di abbracciare il mondo che aveva caratterizzato l’Illuminismo!”
Paragonare la politica settecentesca a quella dei grandi politici dell’800 … dà “la esatta misura dell’abisso che separa le due età”. Oltre, Mazzini, Cattaneo superano il concetto di nazione-patria intriso di sacralità. Approdano alla nazione-umanità, quest’ultima identificata con l’Europa. “Basti pensare al federalismo europeo del Cattaneo … il suo vagheggiare gli Stati Uniti d’Europa.

LA GEOPOLITICA DEL PROFESSOR GRAZIANO In sintesi – si fa per dire– tornando all’attualità, l’importanza politica e la potenza economica dell’Europa sono fuori discussione, con una capacità finanziaria di gran lunga maggiore di quella Russa, considerata erroneamente superpotenza, e ancora in vita grazie all’ossigeno della Cina (non certo gratis) e la mano libera lasciata dagli Usa (a tal proposito leggo un esauriente articolo del professor Manlio Graziano sulla Lettura del 4 gennaio 2026). L’Ue sarebbe forse addirittura molto fastidiosa anche per gli stessi Stati Uniti (ove mai si dovessel egare nei commerci con la Cina, o il Mercosur, o addirittura – mai dire mai - con la Russia). Per questo Trump la insulta e la tratta da nemica, obiettivo primario da demolire, colonizzare, condizionare. E quindi, dopo Caracas, ecco puntare sulla Groenlandia (danese, cioè europea), che certo non sarebbe passiva come il Venezuela di fronte a qualsiasi forma di invasione. Invocherebbe in primisl ’articolo 5 della Nato (e forse per questo, in tal caso, Trump abbaia ma non morderà, pensa più semplicemnte di comprare quella piccola comunità, a suon di dollari, casa per casa) e chissà.
Ecco che la centralità del Vecchio continente (o la strabica visione eurocentrica del mondo, nostro difettaccio) ci porta a guardare le cose sentendoci il perno dell’attuale e crescente Disordine mondiale. Questo il titolo di un libro fondamentale, il saggio più recente di Manlio Graziano – geopolitico alla Sorbona, spesso citato in questo sito e mio punto di riferimento – edito da Mondadori. Sì, smettiamola di sentirci la chiave di lettura del Globo, come se Bruxelles desse le carte di ogni mano strategica ovunque sulla Terra. Eppure, se sono vere le osservazioni qui accennate, sugli studiosi e sui pensatori che hanno dato forma al diritto internazionale, ai valori universali dell’uomo, lo zampino dell’Europa nel mondo c’è sempre. Anchei grandi ideali pensati in primis da menti extraeuropee – come ci insegna Lorenzo Kamel – hanno poi trovato una robusta e articolata solidità nel dibattito e nel Pensiero di casa nostra: l’Europa.
Bello l'intervento di Paola Giacomoni (insegnante di Filosofia nell'Università di Trento). Ospite di Appunti di Stefano Feltri cita il filosofo americano Paul Katsafanas, che insegna a Boston, e che definisce la politica di Trump come politica del risentimento, i suoi "fight, fight, fight", e la sua cattiveria.
Anche perché memore di tante letture femministe, io non posso che essere per la politica del sentimento. Europa come Davide contro (molti) Golia.

