9-26 APPUNTI ATOMICI
E' vero. L'opinione pubblica si innamora di volta in volta di droni Shahed, missili balistici, robot guidati da remoto, Patriot, intercettori, tutti intelligentissimi - lo scrive in questi giorni Mario Giro. Forse sperando che con qualunque mezzo, su qualsivoglia fronte, la si faccia finita con questo stillicidio di distruzione, morti, prigionieri e mutilati, sul terreno ucraino, russo, iraniano, palestinese, e tanti altri di cui poco sappiamo.
Invece no. Alessandro Arduino ha pubblicato La guerra è cambiata - Droni, IA e mercenari (Einaudi, 2026) proprio per spiegare che nonostante il travolgente progresso tecnologico, "la guerra non sarà mai breve, mai economica, mai senza vittime". Una lunghissima esperienza in materia di difesa, fra istituzioni del Regno Unito, la Nato, 22 anni in Cina, in Accademie e Istituti universitari, l'autore scrive regolarmente su media internazionali, in Italia su La Stampa.
La speranza di conflitti asettici è un'illusione. Degli uomini sul campo - ci sono anche i mercenari, sempre più raccolti fra i disperati della terra - non si può fare a meno. La Wagner, il nome più noto dei guerrieri privati, ora fa affari in Africa. Spiega Arduino che "il mercenario è più di un soldato: è un ostacolo alla pace, perché la pace significherebbe la sua fine". Cita il Principe, dove già Machiavelli scriveva che i mercenari sono inaffidabili, combattono solo per denaro, e sono sempre pronti a vendersi al miglior offerente.
Droni e robot sono anche loro i "collaboratori" immateriali della difesa dei confini; su cui l'Ucraina ha fatto passi da gigante. Ma il cui obiettivo è quasi sempre portare distruzione e morte al di là della propria difesa, terrorizzare, anche semplicemente col suono metallico dei velivoli in arrivo. Così è finita in soli quarantaquattro giorni la guerra del 2020 fra Azerbaigian e Armenia, con le truppe armene in preda al panico per il solo ronzio dei rotori in avvicinamento.
E' di fine agosto un ampio articolo (sul quotidiano Domani) in cui Michelangelo Cocco monitora i progressi cinesi sull'Intelligenza artificiale. Il dominio è prossimo, il sorpasso a portata di mano. Certamente a causa dell'enorme bacino della popolazione in cui pescare menti brillanti, con l'aiuto di milioni di aziende sempre più specializzate. Ma soprattutto, aggiungerei, anche grazie alla lungimirante e rigida programmazione per la quale sotto il governo di Pechino l'Ia è materia di studio fin dalle scuole elementari.
C'è un decisivo precedente, come racconta ancora Arduino. Quando Xi verificò che l'esercito russo, di cui l'alleato Putin magnificava l'efficienza, si impantanava in una cronica disfatta sul terreno ucraino, pensò a una verifica delle truppe cinesi, delle reali condizioni delle forze armate dell'Impero di centro che, fino a quel momento, erano più o meno organizzate in modo simile a quello di Mosca, con analoghe dotazioni di mezzi pesanti, missili, armi, tecnologia che oggi definiremmo rudimentale. Non mancarono le epurazioni, "le teste di numerosi generali hanno cominciato a cadere" e, subito dopo, prese il via un poderoso slancio di rinnovamento hi-tech e informatico che ha sortito in breve il solito e ben programmato balzo in avanti cinese.
Oggi, scrive Cocco, il vantaggio dell'Ia sviluppata nella Silicon Valley sul rivale d'oriente sarebbe misurabile "non più in mesi, ma in settimane, forse solo giorni": un mega modello da 10 mila miliardi di parametri, per rivoluzionarne gli usi civili e militari.
Intanto, gli Stati Uniti del presidente Trump in sei mesi di guerra all'Iran hanno speso 37,5 miliardi di dollari; ne servirebbero altri 70 non si sa bene per fare cosa: salvare la faccia, forse. Le dichiarazioni dell'inquilino della Casa Bianca sono schizofreniche: senza missili è costretto a ipotizzare una tregua, poi bombarda, poi pensa a una campagna di terra, addirittura!, quei boots on the ground che il mondo Maga proprio non vuole; infatti "abbiamo altre persone che lo farebbero per noi", dichiara per rassicurare la sua base. Intende mercenari? Insomma, "grottesche illusioni belliche", come ho letto più volte.
La minaccia nucleare che non c'era, come i servizi segreti Usa hanno spiegato al tycoon riferendosi all'Iran, è invece ben più realistica se proviamo a entrare nella testa di Putin. E' una mia personale convinzione maturata mettendo insieme una serie di indizi. Per quanto ascolti ogni tanto Lucio Caracciolo - direttore della rivista Limes - ribadire che è ridicolo pensare che lo zar punti all'Europa, io non trovo per nulla fantasiosa questa ipotesi (non per conquistarla lancia in resta, è ovvio, bensì per disgregarla come entità liberale e rendersela più affine). Come dice la nota fiaba - a volte con protagonista la rana, a volte la tartaruga - è nella natura dello scorpione pungere la bestiola che lo sta portando sul dorso per non farlo annegare; e moriranno insieme.
Putin, al di là della conquista/riconquista di fazzoletti di terra nel Donbass, degli attacchi ai civili fino a Kiev (Kyiv, secondo la grafia ucraina), è a capo di un Paese che si sta economicamente sgretolando. Poiché gli ucraini colpiscono i centri di produzione vitali per il regime del Cremlino, con i droni su Mosca ma soprattutto sulle raffinerie, la Russia ha oggi un deficit di sei trilioni di rubli, code ai benzinai, giovani che fuggono per non essere arruolati. Il 15 luglio scorso è uscito sul quotidano Domani un limpido intervento di Nina Krusciova. (Sì, il Nikita Krusciov leader dell'Unione sovietica che ricordiamo era il bisnonno.) Nina vive, insegna e scrive negli Stati Uniti; in Russia è considerata un agente straniero. Come ho sentito più volte affermare anche a Dario Fabbri, il politologo, la Russia di Putin si concepisce solo come Impero in espansione. Ai miei occhi molto più autorevole di alcuni pennivendoli nazionali filorussi, francamente sovraesposti, ormai stucchevoli, Krusciova sostiene che "se messo con le spalle al muro, lo zar sarà disposto anche a soluzioni estreme. Compresa quella nucleare". "Putin ha invaso l'Ucraina ... per dimostrare di poter costringere Zelensky e l'Occidente a riconoscere la potenza della Russia alle sue condizioni". Neanche un passo indietro, come diceva Stalin, a qualunque prezzo. E lo stiamo vedendo.
Con un certo puntiglio, poi, Marta Serafini sul Corriere della Sera del 17 agosto presenta, insieme con una cartina elaborata dall'Economist e dall'Institute for the Study of War di Washington, gli sconfinamenti in Europa, lato Est, con attentati, sabotaggi, omicidi e tentativi di omicidio a opera dei russi. Lato Est, ma anche Italia, Gran Bretagna, Francia, Spagna. La zona grigia della guerra, come scrive Serafini è abilmente sottotraccia, per ora; ma da aggiornare quotidianamente. E infatti settembre si apre con l'attacco ibrido dei russi - secondo Berlino - su Lipsia ...

Nonostante lo stillicidio degli attuali cruenti conflitti, per via di Hiroshima - la bomba atomica Usa del 6 agosto 1945 sganciata sulla città giappponese - è solo l'arma nucleare che ancora oggi nell'immaginario rappresenta il vero salto di qualità di una guerra; come se tutto il resto fosse un mero insieme disarticolato di scaramucce.
Un immaginario che teme anche un utilizzo civile dell'atomo, che ha infatti creato immani tragedie. Sono passati 40 anni dal disastro di Chernobyl, Chornobyl in ucraino, da quel 26 aprile 1986. (Considererei il ritardo delle autorità sovietiche nel lanciare l'allarme sulla catastrofe - 36 ore - come forse oggi una delle motivazioni remote, profonde, della strenua resistenza di Kyiv all'aggressione russa, memori di quel colpevole silenzio di regime, causa di un silenzioso massacro. Non solo il ricordo dell'Holodomor.)
Quaranta anni fa, reso ufficiale lo spostarsi della nube radioattiva verso ovest, fino nell'Italia del Nord - io ero a Milano - qui si suggeriva di non mangiare verdure crude, lavare bene la frutta, no latte, no funghi, invece bere l'argilla - come suggerì il mio insegnante di yoga contro l'invisibile minaccia. Io lo feci. Ma laggiù - come ben raccontato nella serie Netflix sul disastro, da altri film e documentari Bbc - si consumò una tragedia ben visibile. Due libri con un taglio particolare si concentrano sulla vita, morte e rinascita vegetale di quella terra desolata, da cui i civili sopravvissuti fuggirono (per poi tornare, negli anni, in piccola parte).
Alessandra Pescetta, regista e artista visiva, firma Chernobyl - Chornobyl Il canto della Foresta rossa (Exòrma, 2026), una raccolta di raffinate e intense fotografie sulla natura di quei luoghi, insieme con un poema in cui è la foresta a parlare, e altri testi e interviste. La Foresta non bruciata, ma pietrificata in un color ruggine eterno, e spaventosa nella sua unicità. E' lei, la comunità di alberi stessa, che racconta e denuncia: a ricordare i "liquidatori", i primi uomini chiamati a intervenire per tamponare il disastro a prezzo della loro vita:
"...
"Cesio-137 e stronzio-90 scorrono/tra la nostra corteccia e il midollo,/con la linfa li sospingiamo lentamente fino alle gemme./ Ma soprattutto i pini, i pini:/la clorofilla si frantuma, i fenoli tingono gli aghi./ Ci facciamo ruggine."
"E anche i primi caduti nella centrale/avvolti in tele cerate/sigillati in bare di zinco e piombo/negati agli abbracci dei cari/sprofondano sotto colate di cemento/nel cimitero di Mitinskoe/come piccole centrali mai spente. / ... / A Prypiat nel cuore della Zona di esclusione/le sue mani nere di carbone/hanno scavato il ventre della radiazione."
Il paesaggio apocalittico del reattore 4 squarciato, i lavoratori che morirono dopo pochi giorni dal loro intervento, con ustioni profonde e sindrome da radiazioni; l'incendio nucleare che cercarono di soffocare con sorvoli "per gettare sabbia, argilla, piombo e boro": questo è stato da principio. Poi arrivarono 400 minatori da Tula e dal Donbass per scavare un tunnel che permettesse di raggiungere il nocciolo in fiamme dal di sotto del moloch danneggiato. Inutilmente. In tutto circa mezzo milione di uomini allo sbaraglio. Così crollava il mito della nuova Atomgrad di Prypiat, sul fiume omonimo, al confine tra Ucraina e Bielorussia: quattro reattori e "una città progettata da zero per accogliere i tecnici e le loro famiglie". Ma tutt'intorno 170 villaggi, 350 mila persone che furono con la tragedia evacuate in tutta fretta. Una volta spento l'incendio, decine di migliaia di operai, senza adeguate protezioni, costruirono a tempo di record (206 giorni) l'opera immane del primo sarcofago di contenimento, sudario del reattore, in ferro e calcestruzzo, materiali deteriorabili. L'area intorno in un raggio di 30 chilometri diventa Zona di esclusione.

Nel 2010 si rende necessario il nuovo Arco, "la più grande opera ingegneristica mobile mai realizzata al mondo, costata un miliardo e mezzo di euro e sostenuta da più di 40 Paesi. Nel novembre 2016 l'intera struttura fu fatta scorrere su binari fino a ricoprire il vecchio sarcofago. Nel 2019 fu consegnata ufficialmente alle autorità ucraine. "L'Arco non è soltanto un guscio: è un organismo tecnologico complesso, con sistemi di ventilazione, filtri antipolvere, controllo dell'umidità e della radioattività, bracci robotici per un futuro smantellamento di ciò che resta del reattore. Era nato per durare un secolo" ma...
Con la guerra, nel febbraio 2022 i russi occupano la centrale, i tecnici sono sequestrati e poi deportati, anche in Bielorussia, molti sono ancora prigionieri. Le truppe di Mosca restano poco più di un mese, ma lasciano mine sul 25 per cento della zona. Il 14 febbraio 2025 un drone russo colpisce la copertura e causa un incendio. Si interviene tempestivamente per rimettere in sicurezza l'Arco, ma non è stato possibile ripristinare la tenuta ermetica originaria. E' certamente una nuova minaccia. Globale.
Settecento gradi di temperatura per l'esplosione del reattore che sprigiona la luce di 10.000 soli: a questo resiste la Foresta rossa. Con un minor grado di contaminazione, nel 2016 viene istituita un'area di 206 mila ettari (l'80 per cento della zona di esclusione) - che esclude appunto la Foresta. E' la Riserva della biosfera radioecologica di Chornobyl, pattugliata perché nessun elemento umano senza controllo possa interferire con la sua naturale evoluzione, e accessibile a un numero limitato di scienziati. Oggi è la più vasta distesa di natura selvaggia dell'Europa centrale, che rivive, in modi che possiamo solo registrare e raccontare. "Semi siamo stati/e abbiamo dormito/ Eppure germogliamo/anche nell'ora sbagliata/perché la vita/non conosce tregua."

Ancora la vegetazione protagonista, attraverso la quale ricordare sempre Chernobyl, ma come se si rendesse necessario uno schermo protettivo per mediare l'impatto del ricordo dell'esplosione atomica. Ancora foto - macro di semi e germogli - per parcellizzare l'immane disastro: dettagli vegetali ripresi nella Zona di esclusione, fra 2011 e 2016, riportando in didascalia il livello di radiazione. Michael Marder, filosofo dell'ambiente, nel 2016 ha firmato Chernobyl Herbarium La vita dopo il disastro nucleare (Mimesis, 2021), riflessioni accompagnate dagli scatti di Anais Tondeur, artista visuale francese.
Chernobyl - annota - è stata una catastrofe della mentalità russa, il crollo di un sistema di valori, saltato in aria come il reattore. Il vento radioattivo invade l'illusione di sicurezza dei paesi ricchi. Il 26 aprile 1986 Marder è in viaggio con la famiglia da Mosca ad Anapa, a sud, sul Mar Nero. Dopo già due giorni a bordo, il treno è fermo a Rostov, sul Don: lui guarda il viavai della stazione, i chioschi di cibo, pollo fritto e cetrioli, il saliscendi di passeggeri dal finestrino del suo vagone letto, mentre 800 chilometri a nord-ovest il reattore 4 di una Atomgrad esplode. L'autore ha 5 anni, e il soggiorno ad Anapa è prescritto dai medici per curare le sue gravi allergie respiratorie stagionali. Il clima balsamico l'avrebbe aiutato. Tre mesi sulle rive del Mar Nero dunque, all'aperto, in spiaggia, a respirare a pieni polmoni, dove "a mia insaputa sarei stato esposto a quantità pericolose di radiazioni per effetto del fallout di Chernobyl." A Kiev, Minsk, le manifestazioni per il Primo maggio si svolgono regolarmente, nel silenzio delle autorità, con livelli radioattivi 300 volte superiori al limite massimo. La verità occultata cominciò a emergere, racconta Marder, solo quando in Svezia, a 48 ore dal disastro furono rilevate letture dei valori molto oltre soglia. "Fino al 6 o 7 maggio il giornale Pravda non aveva fornito alcun resoconto accurato dell'incidente."
Come l'autore spiega e sottolinea, il racconto di Chernobyl è estremamente difficoltoso: il destino della Foresta rossa, il sacrificio dei 200 mila liquidatori, il dato dell'emivita dell'uranio impoverito U-238 (180 tonnellate stanno sotto il Sarcofago) che è di 4 miliardi e mezzo di anni! tutto questo è a un passo dall'indicibile.
L'autore racconta, fa cronaca, ma arricchisce il testo con molte riflessioni filosofiche e spirituali, e considerazioni acute quanto agghiaccianti. Perché la Foresta rossa non si decompone? Si è come fossilizzata per le radiazioni che hanno arrestato questo processo "a causa dello sradicamento di microbi, funghi e insetti responsabili del riciclaggio della materia organica"; anche decomposizione e decadimento, anche la morte stessa non possono più accadere a Chernobyl. Di pagina in pagina, l'autore sviluppa il suo pensiero radicale: il mondo intero si avvia a diventare Chernobyl, e noi viviamo già dopo una fine del mondo, per una cessione di sovranità all'atomo. "Lungi dal 'liquidare' l'effetto letale delle radiazioni, il Sarcofago si limita a coprirlo, e in modo imperfetto. Eredita l'ossessione della concretezza dagli stessi fallimenti tecnologici che cerca di neutralizzare. Le allusioni funeree del suo nome originario devono essere sembrate sconcertanti ai funzionari sovietici che l'hanno ribattezzato Oggetto di riparo, Oggetto di copertura ... Eppure ... era il termine Sarcofago a essere mortalmente preciso. L'umanità si sta scavando la fossa da tempo. ... La Terra stessa sta diventando una fossa comune".

Quaranta anni da Chornobyl, e ottanta (il 6 agosto 2025) dal 1945 di Hiroshima. Il 9 agosto dello stesso anno fu colpita anche la seconda città del Giappone, Nagasaki.
Alessandro Colombo, professore ordinario di relazioni internazionali all'Università statale di Milano considera la bomba Usa sganciata su Hiroshima "il primo atto di terrorismo moderno". L'atto del terrorista - spiega - ha una vittima (una città, una comunità, un luogo), ma un diverso destinatario. Colpire Hiroshima voleva essere un messaggio indirizzato al governo giapponese, restio ad arrendersi alla fine della Seconda guerra mondiale, ormai conclusa. Nagasaki, tre giorni dopo, fu anch'essa devastata per dimostrare ai vertici di Tokyo - in alcune frange militari ancora riottose alla resa - che il loro Impero non aveva scampo.
Io ripenso alla visita nel Palazzo delle Nazioni Unite a New York, molti anni fa: mi è rimasto impresso il ricordo di una statua in pietra, lungo un corridoio di passaggio. Una figura umana ben modellata e dalla superficie liscia, apparentemente non molto interessante ma, se si guardava il suo retro, lo si vedeva completamente corroso: da quella direzione era arrivato il vento nucleare.
Note su Hiroshima è il diario giornalistico del Premio Nobel per la letteratura 1994 Kenzaburō Ōe (1935-2023). Racconta il suo soggiorno nella città colpita avvenuto nel 1963, in occasione di una manifestazione del movimento pacifista, e alcuni viaggi successivi. Il soggetto dei reportage ha un nome preciso: hibakusha, termine di recente conio nella lingua nipponica, che letteralmente significa "coloro che sono stati colpiti dal bombardamento", una parola che prima del 1945 non esisteva. I tre caratteri che ne compongono l'ideogramma significano ricevere/subire, scoppio/esplosione e persona.
Quanti gli hibakusha? Difficile all'epoca stabilirlo. Oltre a quelli che portavano sul corpo le cicatrici delle radiazioni, ci vollero anni per verificare e affermare ufficilamente un nesso tra l'esposizione al vento atomico (poiché la bomba esplose in aria) e l'aumento di casi di tumori, in particolare leucemia.
Gli hibakusha furono vittime a più livelli, una storia terribile. Per i danni fisici, perché furono manipolati dalle forze politiche, anche quelle pacifiste, per l'emarginazione che subirono, perché furono abbandonati dallo Stato e furono curati solo grazie a donazioni e accudimento privato, soprattutto grazie alla totale dedizione individuale dei sanitari sopravvissuti di Hiroshima. Tra i personaggi che l'autore descrive, spicca la figura del dottor Shigetō Fumio, un hibakusha lui stesso, che Ōe definisce, intitolandogli un capitolo, "un uomo autentico". Specializzato in radiologia, gradualmente si avvicinò e scoprì "l'aberrante verità", poi confermata dall'équipe di scienziati che si occuparono della sindrome alcune settimane dopo: quella scoppiata era una bomba atomica all'uranio. Nella Storia dell'assistenza sanitaria ai pazienti della bomba atomica di Hiroshima si legge la testimonianza del dottor Asakawa, quando ancora si agiva alla cieca: "Molte persone prive di qualsiasi tipo di ferita lamentavano di sentirsi spossate senza un motivo apparente. Dopo qualche tempo, quelle stesse persone cominciavano a manifestare epistassi, feci commiste a sangue, ed emorragie sottocutanee; infine, morivano. Con analisi ematiche ... provai ... a osservare le cellule sanguigne di alcuni pazienti. ... Quei pazienti erano morti perché la conta dei leucociti risultava estremamente bassa."
Il dottor Shigetō, parallelamente, avrebbe scoperto che le pellicole per le radiografie conservate nell'ospedale della Croce Rossa erano rimaste impressionate nonostante fossero sigillate ermeticamente. In seguito, durante una delle sue ricognizioni per la città, "raccolse una tegola su cui era evidente l'impronta di un ciuffo di borsapastore comune". I suoi peggiori timori purtroppo presero forma. Ma si trattò di una lotta ventennale per affermare il nesso tra radiazioni e leucemia, una battaglia di questo medico, e di un suo brillante allievo, Yamawaki Takuso, le cui tesi furono boicottate dal mondo istituzionale, insabbiate, messe a tacere, vittima egli stesso di attacchi politici e mediatici.
La battaglia della medicina per la verità scientifica è a mio avviso la parte più dura e densa di questo importante diario, seppure scritto con uno stile semplice e pacato. Ma sono angoscianti i racconti dei drammi umani, dei suicidi, dell'isolamento per quanti erano stati sfigurati dai cheloidi successivi alle ferite.
Scrive ancora Kenzaburō Ōe: "Ma l'elemento più sconcertate di gran parte di questi scritti che rievocano quell'infausto mattino d'estate di vent'anni fa è probabilmente il silenzio dei cittadini dopo il bombardamento". Uomini e donne sfigurati, bimbi con la pelle a brandelli, molti improvvisamente ciechi, muti e immobili. Centosessantaquattro hibakusha raccolsero le loro memorie di sofferenza nelle Testimonianze dell'esplosione atomica. "Centosessantaquattro hibakusha avevano osato dare voce al loro lamento nonostante il dolore fisico e spirituale, ma la mano del gigante che deteneva il potere li aveva messi a tacere."
L'autore così conclude, nell'ultimo scritto del Diario, del 1965: "Io ho deciso di prendere parte al movimento a favore del progetto del libro bianco sui danni della bomba atomica. ... seguendo l'esempio illuminante di alcuni grandi esponenti del popolo di Hiroshima, a cominciare dal dottor Shigetō, autorevole rappresentate di uomini né troppo disperati né tanto meno troppo speranzosi, uomini che non si arrendono mai e proseguono il loro cammino giorno dopo giorno. - gennaio-maggio 1965."

Dal secondo dopoguerra, fino agli anni Ottanta del Novecento, l'Italia ha avuto una serie di centrali nucleari a uso civile in attività per la produzione di energia elettrica, gestite negli anni dall'Enel. La prima fu costruita a Latina, nel 1963: era la più potente d'Europa; subito seguita da quella di Sessa Aurunca, provincia di Caserta, allora la più potente del mondo. In seguito, furono inaugurate Trino Vercellese e Montalto di Castro; quella di Caorso è del 1981. Non risultano incidenti gravi nelle centrali nazionali ma si registrò anche da noi un certo allarme quando, il 28 marzo 1979 negli Stati Uniti, nella centrale nucleare di Three Mile Island, in Pennsylvania, si verificò una parziale fusione del nocciolo, con rilascio di sostanze radioattive. La centrale fu chiusa, smantellata e le opere di bonifica durarono 13 anni, fino al 1993. Oggi tuttavia, dopo il lungo periodo di sonno, è in progetto la sua riapertura, per soddisfare la famelica richiesta di energia dell'Intelligenza artificiale.
Nel 1986, dopo l'incidente di Chernobyl, in Italia fu indetto un referendum per confermare o meno la scelta del nucleare. Tenuto nel 1987, segnò la fine della soluzione energetica nazionale legata all'atomo, e le centrali vennero chiuse e dismesse; le scorie radioattive smaltite sul nostro territorio o in Francia. Un nuovo referendum per riconfermare o no questa scelta si svolse, insieme con altri quesiti, nel giugno 2011 ma, avvenuta solo quattro mesi prima, la triplice tragedia di Fukushima - del terremoto, dello tsunami e dell'incidente nucleare - di nuovo influenzò la riconferma del No dei cittadini a questo modo di produzione dell'energia. Oggi, tuttavia, come riportato dal Corriere della Sera del 7 giugno di quest'anno (2026), a firma Fausta Chiesa, "il 52% degli italiani si dichiara favorevole o neutrale sull’energia nucleare rispetto al 36% del 2019. Tra i giovani under 35 la percentuale di possibilisti sale al 63 per cento." E infatti, nello scorso giugno il governo ha dato il via all'iter parlamentare che, nel giro di 15/20 anni, o poco più, dovrebbe portare all'attività di piccoli reattori nucleari (SMR) di ultima generazione, chissà se conciliabili con il sempre crescente problema del cambiamento climatico, temperature torride e siccità.
Tuttavia, pur senza incidenti gravi nelle centrali nucleari, anche l'Italia, nel territorio lombardo della Brianza, ha avuto "la sua Chernobyl", e con 10 anni di anticipo.
10 luglio 1976 (50 anni fa!), ore 12.37: è il momento del noto disastro nell'azienda Svizzera ICMESA, con sede a Meda, che fabbricava diserbanti e pesticidi, e che quel giorno subì un pesante guasto in uno dei reattori. Improvvisamente danneggiato, mentre la temperatura saliva molto oltre soglia, per l'eccessiva pressione si verificò l'apertura di una delle sue valvole di sicurezza, dalla quale fu rilasciata nell'aria, attraverso una ciminiera, una nube di diossina TCDD - una delle sue formulazioni più tossiche - che il vento atmosferico sospinse, come una sottilissima polvere bianca opalescente, soprattutto nel vicino territorio del comune di Seveso, per un'area di 50 chilometri quadrati. Un operaio intervenuto tempestivamente evitò l'esplosione.
Un disastro valutato dagli organismi di controllo internazionali tra i peggiori al mondo, e le cui conseguenze furono aggravate dal colpevole silenzio dell'azienda - una settimana!, scrivono alcune fonti - prima di comunicare alle autorità locali la vera natura del materiale contaminante. Avvertire la popolazione, con un simile ritardo, di non uscire, non mangiare prodotti locali, lavarsi accuratamente, non evitò problemi agli occhi, l'insorgere della cloracne - cisti e pustole sul volto - in circa 280 persone, soprattutto bambini, le cui foto fecero il giro del mondo e sono di sicuro un chiaro e drammatico ricordo per chi seguì quei fatti.
Una invisibile nube uccise tutti gli animali della zona, aggredì alberi e piante, costrinse all'evacuazione di 676 abitanti di Seveso e 60 di Meda, e causò il definitivo abbattimento di centinaia di edifici, rese necessario disboscare, asportare il terreno contaminato fino a una profondità di 80 centimetri, poi ricoprire con nuovo terreno sano.
Fu bocciata l'intenzione di distruggere in un inceneritore di nuova costruzione tutto il materiale contaminato, le macerie delle case e della fabbrica stessa che si erano demolite, piante, animali, ogni bene avvelenato, ogni attrezzo utilizzato per i lavori. Si decise infine di sotterrare le scorie in speciali vasche di contenimento, di cemento a più rivestimenti: due cassoni di 80 mila metri cubi a Meda e 200 mila metri cubi a Seveso. Sopra queste due vasche, sorge oggi il Parco naturale Bosco delle Querce, dove cresce l'unico albero sopravvissuto alla radicale bonifica, un pioppo di 70 anni, alto 30 metri e con un diametro al tronco di 440 centimetri, oggi inserito fra gli Alberi monumentali d'Italia; all'ombra del quale, in occasione dei 50 anni dall'incidente, si è svolta una commemorazione alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella.
Tuttavia, nel 2021 il giornalista Alberto Giuliani nel sito www.rigeneriamoterritorio.it scriveva che i controlli del 2019 registravano nel terreno la stessa quantità di diossina del 1976. Le aree agricole - continua l'articolo - sono poco controllate, inoltre non è chiaro se le vasche di contenimento sono ancora totalmente ermetiche. Per queste zone d'ombra, nel luglio 2020 il Sindaco di Seveso Luca Allievi aveva rassegnato le proprie dimissioni. Oggi il monitoraggio delle condizioni delle vasche è gestito da Regione Lombardia, che ne garantisce la messa in sicurezza e l'assenza di percolato. Ed è tutto quello che è ragionevole fare. Evitare che il pervasivo veleno della diossina, ancora presente, causi altri danni.

Purtroppo è sempre scritta in Giappone l'altra tragica pagina del diario nucleare civile del Globo, insieme con Chernobyl.
E infatti Da Hiroshima a Fukushima- Il Giappone e l'incubo nucleare (Edizioni Stilnovo, settembre 2020) è l'approfondito testo di Susanna Marino - docente di Lingua e Istituzioni di Cultura Giapponese - e Stefano Vecchia - giornalista e scrittore - che affronta, ripercorrendo la storia di queste due tragedie uniche al mondo, il fondamentale nodo dell'ambivalente rapporto del Giappone con il nucleare: il cui "nocciolo" è il timore - confermato ogni giorno dalla pasticciata e pericolosa politica di Donald Trump - di un opportunistico disimpegno statunitense nell'alleanza con Tokyo, mentre la Cina aumenta il suo peso politico nell'area, e la Corea del Nord si fa minacciosa potenza nucleare.
E' quanto scrive nell'introduzione a questo volumetto anche Stefano Carrer, giornalista del Sole 24 Ore, prima inviato e poi, dal 2013 al 2018, corrispondente da Tokyo per il quotidiano milanese di via Monte Rosa. Il motivo per cui un Giappone già tanto ferito non abbandona l'atomo "è un motivo militare", osserva. L'ossessione per le politiche cinesi e nordcoreane "spingono l'establishment nipponico a vedere nel nucleare civile una contro-assicurazione nei confronti della percepita volatilità della strategia americana. In pratica, in Giappone non si è sicuri che in una crisi futura gli Usa saranno disposti a rischiare Washington per Tokyo".
Carrer, che è mancato nel maggio 2020, non ha visto pubblicato questo suo intervento, che oggi appare sempre più convincente. L'11 marzo 2011 si trovava in redazione a Tokyo, dove si avvertì nettamente il terremoto, di magnitudo 9, il cui epicentro, nell'Oceano, era 373 chilometri più a nord della capitale, lungo la costa che ospitava la centrale di Fukushima. Terremoto classificato come evento globale di livello 7 - il più alto per le catastrofi, come per l'incidente di Chernobyl - sisma tale che spostò l'asse terrestre di 17 centimetri, e causò in modo permanente giorni più corti di 1,8 microsecondi. In totale, circa 20 mila vittime. Ricordo le sue corrispondenze al momento dell'evento ascoltate alla radio. In seguito, dopo che lo tsunami invase la costa del Tohoku con onde in media di 13 metri, ma anche fin quasi a 40 - ecco l'inatteso incidente ai reattori della centrale, poiché, ironia della sorte, la violenza della massa d'acqua danneggiò il sistema di raffreddamento, con criticità a catena. Il giornalista, partito fra mille difficoltà per testimoniare la catastrofe da quei luoghi devastati, scrisse per la sua testata, da quel momento e per anni, centinaia di pezzi.

Questi sofferti e profondi articoli sull'incidente di Fukushima -unici nel loro genere, usciti negli anni sul suo giornale, Il Sole 24 Ore - chissà perché non sono stati pubblicati dalla casa editrice del quotidiano stesso.
Ci ha pensato la sorella Giuliana, che nel 2024 ha curato e dato alle stampe, prodotto in proprio e non in vendita: Stefano Carrer, Fukushima (2011-2019) Diario di un giornalista sul campo Il racconto di Fukushima, attraverso i reportage e gli articoli per Il Sole 24 Ore. Apre la raccolta la prefazione di Vincenzo Petrone, ambasciatore d'Italia a Tokyo dal 2008 al 2013 - che condivise con Carrer quei giorni frenetici e terribili, stabilendo un legame di reciproca stima. Il volume propone 200 di queste cronache e, spedito a vari premi nazionali e a una serie di biblioteche italiane, ha ottenuto l'ampio riscontro che desidero elencare qui sotto, senza necessità di altre parole. Ancora in vita, Stefano aveva ottenuto, per l'impegno a Fukushima, il prestigioso premio Umberto Agnelli.
Premio Giornalistico Umberto Agnelli, Fondazione Italia-Giappone, Kyoto, 5 ottobre 2011. “Per aver raccontato - dai luoghi stessi del disastro - con professionalità, oggettività e grande passione gli eventi drammatici che hanno colpito il Giappone l’11 marzo 2011”.
Qui di seguito, i premi finora assegnati alla raccolta di articoli; ne ripetiamo i dati:
Stefan Carrer, Fukushima (2011-2019). Diario di un giornalista sul campo. Il racconto di Fukushima, attraverso i reportage e gli articoli per Il Sole 24 Ore, a cura di Giuliana Carrer. Milano, maggio 2024.
Premio Firenze Segnalazione d’onore, sezione Saggistica - Centro culturale Firenze-Europa Mario Conti, Salone dei Cinquecento, Palazzo Vecchio, Firenze, 14 dicembre 2024.
Premio Internazionale Città di Cattolica-Pegasus Literary Awards XVII edizione - Premio Speciale della Critica, Cattolica (RN), 29 marzo 2025.
XVI Concorso Letterario Franco Loi - Città di Grottammare 1° classificato Premio Speciale Rotary Club HPR, Grottammare (AP), 10 maggio 2025.
Premio Accademico Internazionale di Letteratura Contemporanea Lucius Annaeus Seneca IX edizione, Premio del Presidente di Commissione, sezione Saggistica, Castello Svevo Normanno, Sannicandro di Bari, 4 ottobre 2025.
Premio Poesia, Prosa e Arti Figurative 2025 - Accademia Internazionale “Il Convivio" Diploma d’Onore, sezione Saggistica, Alzano Lombardo (BG), 26 ottobre 2025.
Premio Letterario Internazionale Santa Margherita Ligure - Franco Delpino 2025 48° Edizione, Primo Premio Saggistica Edita, Santa Margherita Ligure (GE), 23 Novembre 2025.
Premio Letterario Internazionale Poesia, Narrativa, Saggistica SARZANAE Associazione Culturale Poeti solo Poeti Poeti, XIII edizione, Premio Speciale Memoria e Verità, sezione Saggistica, Sarzana (SP), 13 dicembre 2025.
Premio Letterario Internazionale Il Saggista Edizione 2026, Sezione Saggistica, quarto posto. Castellana Grotte (BA), (consegnato il 5 maggio 2026, presso Salone Internazionale del Libro di Torino).
Premio Letterario La Ginestra - Firenze Segnalazione particolare della Giuria, sezione Saggistica, Biblioteca delle Oblate, via dell’Oriuolo 24, Firenze, 9 maggio 2026
Premio Letterario Internazionale Poetico e Narrativo “Cosenza, Città Federiciana” XVIII edizione, Premio alla Memoria, Cosenza, 7 giugno 2026.

Questa la articolata motivazione del Premio SARZANAE, fra gli altri.
Fukushima: la verità che cammina sulle macerie
Fukushima (2011-2019). Diario di un giornalista sul campo non è soltanto una raccolta di articoli: è un monumento di memoria civile. E' il racconto di un uomo che non osserva la Storia da lontano, ma la attraversa con la forza delle proprie domande, la lucidità del mestiere, l'etica del testimone. Stefano Carrer, inviato del Sole 24 Ore, non scrive "su" Fukushima: scrive da Fukushima, con i piedi nel fango, la macchina fotografica impolverata, la coscienza vigile. Sin dalle prime pagine la curatrice ricostruisce con cura il contesto umano e professionale dell'autore: un giornalista capace di "consumare la suola delle scarpe", di percorrere chilometri tra paesi distrutti, linee ferroviarie spezzate e coste divorate dallo tsunami, per raccontare ciò che vedeva con rigore e pietà. La sua scrittura non ha mai il tono dell'enfasi, ma quello più difficile della precisione: dati, testimonianze, prospettive, contraddizioni, tutto confluisce in una narrazione che non cede all'emotività, ma non ne manca mai di cuore. Il diario si apre con il terremoto dell'11 marzo 2011, seguito dallo tsunami e dal collasso della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi. L'autore documenta la sequenza degli eventi con lucidità chirurgica: la potenza del sisma, le onde di 38 metri, lo spegnimento automatico degli 11 reattori lungo la costa, il blackout dei generatori diesel, i meltdown dei reattori 1, 2 e 3 , l'evacuazione progressiva fino ai 30 km. Le sue cronache rivelano una doppia tragedia: quella visibile, la devastazione fisica, il fumo che ancora avvolge la centrale, le esplosioni, gli sfollati, e quella invisibile, fatta di reticenze, ritardi, omissioni della Tepco, le cui comunicazioni tardive e contraddittorie aumentano la sfiducia e il panico. Come ricorda la curatrice, Carrer fu tra i primi a denunciare l'inadeguatezza della gestione e la fragilità del sistema di sicurezza. La forza del volume sta nella prospettiva "in movimento": Carrer non resta a Tokyo, ma parte subito verso il nord, in auto, in treno, a piedi, vivendo in prima persona l'incertezza delle strade interrotte, il gelo degli alberghi senza acqua né luce, le scosse continue che attraversano le notti dei sopravvissuti. Indimenticabile la trattoria di ramen che, pur senza acqua corrente, continua a servire tagliolini prelevati da un pozzo, perché "la vita continua". Indimenticabili gli operai che riparano binari alla luce delle fotoelettriche. Indimenticabili le madri che fanno scorte nei kombini, gli stranieri che fuggono, i giapponesi che restano con compostezza assoluta. Carrer osserva, registra, non giudica. La sua è una scrittura che illumina senza ferire, che racconta senza invadere. L'opera non è solo reportage: è anche analisi economica, politica e culturale. Carrer segue le oscillazioni della Borsa, il ruolo controverso della Tepco, le scelte dei governi, il dibattito sull'energia nucleare civile e il suo legame con la strategia militare, tema sul quale l'autore si esprime con chiarezza esemplare: "Nucleare militare e nucleare civile si intrecciano più di quanto si pensi, specialmente in un Paese che ne ha sofferto in concreto".
Il libro diventa così un grande specchio: riflette le paure, le vulnerabilità e la resilienza di una nazione che ha conosciuto la bomba atomica e che ora affronta l'incubo di una contaminazione interna, non imposta da un nemico ma generata da errori, negligenze, fatalità. Il diario è anche una raccolta di ritratti: Chiharu, Naoto Matsumura, il contadino rimasto solo tra gli animali abbandonati, Mikiko, gli operai delle fabbriche, le comunità che ripartono. Sono figure che emergono come simboli di tenacia e cura. Carrer non cerca l'eroismo, ma la resistenza ordinaria: la capacità di ricominciare, la disciplina morale, il silenzio operoso.
Il lavoro curato da Giuliana Carrer è un dono prezioso: restituisce al lettore non solo le analisi puntuali di un grande professionista, ma anche l'anima di un uomo che ha creduto nel giornalismo come responsabilità verso la verità e verso le persone incontrate. Fukushima (2011-2019) è un libro che rimane. E' testimonianza, memoria, e allo stesso tempo meditazione sul limite umano, sulla comunicazione, sul potere, sull'etica pubblica. Un'opera che illumina la catastrofe senza spettacolarizzarla, che dà voce a un popolo e a un giornalista che quella voce l'ha portata ovunque.
Una delle più alte testimonianze del giornalismo italiano contemporaneo.

Nella biblioteca comunale di Levico Terme (Trento), lo studioso Luca Giudici trova il volume su Fukushima, lo legge integralmente e ne fa una lunga, densa e approfondita presentazione sulla rivista on line Quaderni d'altri tempi (www.quadernidaltritempi.eu), nel numero di gennaio 2026, sezione Labirinti, col titolo Professione reporter nell'era del rischio globale - Una riflessione su giornalismo, energia e catastrofe. Un'analisi di 16 pagine assai acute e colte, intervallate da alcune foto riprese dal volume stesso, scattate nei suoi viaggi da Stefano Carrer.
"...
"Nei giorni seguenti la catastrofe la maggior parte dei corrispondenti esteri abbandonò Tokyo per paura della contaminazione nucleare, rifugiandosi a Seul o Kyoto. Rimasero solo due giornalisti italiani, Pio d’Emilia, corrispondente di SkyTG24, e Stefano Carrer per Il Sole 24 Ore. Il mestiere dell’inviato è sempre stato questo: andare dove gli altri non possono o non vogliono andare." In questo caso sfidando "l'invisibile che contamina".
Presentato nei suoi dati essenziali ai lettori della rivista, il viaggio di Stefano nei luoghi della tragedia, da Giudici è spiegato e analizzato con precisione chirurgica, andando oltre la cronaca che va leggendo, estraendone il messaggio umano, filosofico, politico, esistenziale: sia riguardo alla tragedia nucleare in sé, sia alla missione del reporter. Molte pagine ruotano intorno al concetto di catastrofe: "La catastrofe è diventata sfondo. Abbiamo imparato a vivere con l'impossibile." E infatti, leggendo quanto scrive mentre assemblo questi Appunti atomici, alcune osservazioni mi fanno pensare a Chornobyl; dove leggo Fukushima potrei di nuovo leggere Chornobyl: "...Ma Fukushima non è un evento. E' una condizione. La catastrofe ... è ciò che continua ad accadere, ogni giorno, da allora. E' l'acqua contaminata che si accumula. Sono le persone che non possono tornare. E' il cancro che si manifesterà tra vent'anni. Sono le decisioni impossibili che qualcuno dovrà prendere tra cent’anni. Viviamo già nella catastrofe. Non la stiamo aspettando, non la stiamo scongiurando. Ci siamo dentro. E forse è questo il pensiero più difficile da sostenere: che la normalità e la catastrofe non sono più separate." "Le vittime di Fukushima non sono equivalenti a quelle di Chernobyl o Hiroshima. Ogni catastrofe ha la sua unicità, la sua irriducibilità. Ma nello stesso tempo, tutte sono connesse: dalla tecnica, dall’economia, dalla logica del dominio. Oggi, dopo Gaza, ennesima stazione di questa via crucis che è la nostra apocalisse dilazionata nel tempo, queste riflessioni assumono i volti degli oltre duecentocinquanta giornalisti che vi hanno perso la vita, incarnando lo stesso spirito che animava Stefano Carrer, il valore della testimonianza."
Questa stessa ampia presentazione di Giudici è una testimonianza, e molto intensa, dei fatti di Fukushima e della personalità del giornalista che li ha raccontati. Una volta avevo detto a Stefano - rientrato a Milano in redazione nel 2018 - che lui non era realmente mai tornato dal Giappone. E mi ha commosso leggere queste righe di Luca Giudici, che non ha conosciuto Stefano, in un paragrafo del lungo saggio: "L’inviato che non torna - Stefano Carrer muore improvvisamente il 20 maggio 2020, durante un’escursione sulle montagne comasche. Aveva 58 anni. Non è morto per le radiazioni di Fukushima, ma in un certo senso, Carrer non è mai davvero tornato da Fukushima. Otto anni di reportage, otto anni a tornare per testimoniare. Otto anni a documentare l’impermanenza, la precarietà, l’incertezza. Carrer ha reso visibile l’invisibile. Otto anni di reportage, a ripetere: guardate qui, non voltate la testa, questo è importante."
La missione di testimoniare passa anche dalle immagini: le foto scattate da Stefano verso e a Fukushima, molte delle quali presenti nella raccolta dei suoi testi, sono diventate, insieme ad altre, una mostra itinerante, inaugurata nel mese di febbraio nella biblioteca di Lambrate, a Milano, sotto il titolo Da Hiroshima a Fukushima - Giappone: una riflessione sulla resilienza. E proseguiranno nel loro compito di testimoniare l'accaduto in altre sedi, prossimamente a Meda, dal 10 al 17 ottobre 2026, e poi altrove ...

Conservo un brillante articolo di Piero Martin (Domani, 3 marzo 2026) sul nucleare iraniano - l'ultimo argomento di questi Appunti atomici - che è il tema infine sparito dalle pagine dei giornali e dai proclami di Trump, ora concentrato sulla conquista dello Stretto di Hormuz, manca ormai poco, secondo lui.
Proprio il riconfermato presidente Usa, nel 2018 - durante il primo mandato - aveva gettato alle ortiche l'accordo con Teheran del suo predecessore Barack Obama (siglato nel 2015), con cui si concordavano dei limiti all'arricchimento dell'uranio all'ombra dei minareti; una pericolosa marcia indietro del pasticcione Trump, secondo gli ayatollah decisione equivalente a un "liberi tutti" sulle centrifughe che trasformano l'elemento chimico metallico con sigla U, numero atomico 92, da buono per l'uso civile a potenzialmente pronto per la costruzione della bomba.
Piero Martin è un fisico sperimentale che insegna nell'Università di Padova. E' anche giornalista e piacevolissimo divulgatore dall'accattivante scrittura. Ha all'attivo oltre un centinaio di pubblicazioni, collaborazioni con enti, centri di ricerca e riviste internazionali. Divulgare è la sua mission, con belle sinergie con gente come i musicisti Vinicio Capossela e Massimo Donà, e interventi in televisione e radio (Superquark, Zapping, Radio tre scienza) o sulla stampa. Leggo nella sua bio, nel sito dell'Università padovana, che in questo Istituto, "insieme con i colleghi del consorzio RFX, ricerca come riprodurre un pezzo di sole in laboratorio studiando la fusione termonucleare controllata quale sorgente di energia elettrica pulita, libera da CO2 ed illimitata": la nuova mitica frontiera della ricerca scientifica, la pietra filosofale. Ha anche pubblicato L'era dell'atomo (Il Mulino), Zerologia, e Trash. Tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti; un personaggio eclettico, insomma.
L'articolo sul quotidiano Domani, che affronta il problema delle intenzioni atomiche iraniane, si intitola Quei tre maledetti neutroni. La sottile linea rossa della guerra. E questo è l'inizio del godibile testo: "Il confine fra la guerra e la pace è anche questione di yoctogrammi. Lo yoctogrammo è un'unità di misura della massa piuttosto piccina: equivale, più o meno, al peso del neutrone, una delle due particelle di cui è composto l'atomo (l'altra è il protone, di massa simile). Su scale umane è una quantità di materia del tutto trascurabile, considerando che di neutroni occorre metterne insieme diecimila miliardi di miliardi per fare il peso di un chicco di riso. Eppure, sono tre neutroni al centro della questione nucleare iraniana, tre microscopiche particelle che fanno la differenza tra uno degli elementi più comuni nella crosta terrestre - 500 volte più diffuso dell'oro - e il materiale necessario per costruire una bomba atomica. Tra la pace e la guerra." L'articolo spiega poi con esemplare chiarezza la differenza fra uranio-238 (il 99,2 per cento di tutto quello estratto) e il molto più raro uranio-235, più leggero ma assai più minaccioso dato che è quello che serve per l'atomica. U-238 ha 92 protoni e 146 neutroni, U-235 ha 92 protoni e 143 neutroni, ed è solo quest'ultimo che può sostenere "una reazione di fissione a catena, che è quella necessaria per la liberazione di energia nucleare". L'articolo, dalla brillante esposizione scientifica, passa poi alla necessaria seconda parte in cui si ripercorre la vicenda storica e politica delle relazioni internazionali sul programma nucleare. Dopo il trauma della bomba su Hiroshima, il presidente Usa Eisenhower, l'8 dicembre 1953 pronunciò all'Onu il discorso Atom for Peace, appello per un uso pacifico del nucleare tra i Paesi alleati degli Usa, fra cui all'epoca c'era l'Iran dello Scià Reza Pahalavi. Così nacque il primo reattore di Teheran. Con la rivoluzione islamica del 1979 - continua l'articolo - la comunità internazionale cominciò a sospettare che, vista la facilità con cui si può passare dall'arricchimento per scopi pacifici a quelli militari, le intenzioni iraniane potessero diventare in breve assai bellicose; mentre l'Iran rivendicava, e rivendica, il diritto di accedere all'energia atomica per scopi civili. Constatato l'accidentato percorso delle relazioni in questo campo, nel 2025 il Bulletin of the Atomic Scientists, organizzazione nata nel 1945 per monitorare i rischi globali che ci minacciano, ha scritto, come conclude l'articolo di Martin, che "l'unica soluzione praticabie per impedire una escalation nucleare iraniana è quella diplomatica".

La verità sull'arricchimento dell'uranio a scopi militari aggressivi da parte di Teheran è infatti molto dubbia (all'inizio di questi Appunti si accennava alla recente e rassicurante relazione della Cia al Presidente Trump), molto inquinata da interessi politici che vedono in prima fila quelli di Israele. Se i timori dello Stato ebraico, quando eventualmente minacciato da un Iran con l'atomica, sono più che giustificati, altra cosa è inventare prove false di questa minaccia, soprattutto dopo la traumatica rivelazione al mondo che erano inesistenti le armi di distruzione di massa - con la fialetta di antrace proposta in mondovisione - causa nel 2003 della guerra Usa all'Iraq, con Bush presidente, voluta dai falchi di Washington. Ma "le teorie di un'alleanza tra il regime iracheno di Saddam Hussein, ferocemente laico, e i fondamentalisti islamici di al-Qaeda, e quindi di un coinvolgimento iracheno nel '9/11' non stavano in piedi".
Si affronta tutto questo in un libro edito nel 2025 da Derive Approdi, L'Iran e la bomba, autore Giorgio S. Frankel (analista di questioni internazionali e giornalista indipendente, scomparso nel 2012 a Torino, dove aveva anche insegnato nell'Università). Il saggio risale infatti al 2010 ma, come annota Andrea Fumagalli nella prefazione, "sembra scritto ieri", anzi, oggi. Infatti è adesso, a fronte dello stato confusionale di Donald Trump, che appare più chiaro come la forte pressione di Israele, cioè dall'amico Nethanyau, ha portato gli Stati Uniti a svenarsi per un conflitto ibrido già nelle sue vaghe e contraddittorie intenzioni: smantelliamo le centrali, oppure rovesciamo il regime, aiutiamo la popolazione a ribellarsi, o forse invadiamo via terra, o invece prendiamoci Hormuz, facciamo un sacco di soldi!
Dopo le tragedie qui ricordate, le guerre, gli incidenti, ci si ostina a cercare non la via diplomatica ma quella più atroce. In questo libro è già delineato in modo chiaro il declino statunitense - di cui adesso leggiamo ogni giorno - l'ascesa cinese e la fretta di Israele di aggredire definitivamente l'Iran, cosa che non potrebbe fare senza la partecipazione Usa in prima linea. Mentre Barack Obama aveva resistito alle richieste di Tel Aviv, con cui si cronicizzarono rapporti pessimi, (come accadde anche a Bill Clinton, "furioso con gli israeliani" per le interferenze nella sua politica di dialogo con la Russia di Boris Eltsin), l'odierno tycoon alla Casa Bianca ha acconsentito a soddisfare le voglie delle lobby ebraiche. L'Iran tuttavia, civiltà millenaria - come si è spesso sottolineato - ha mezzi, strategia, e capacità d'analisi razionale. Peraltro, sostiene Frankel, osservando obiettivamente le dinamiche geopolitiche degli ultimi decenni, "per l'Iran, Israele non è tra le principali priorità politiche e strategiche". Gli equilibri internazionali stanno spostando il loro baricentro verso l'Asia, verso la Cina come si sa, e infatti l'Iran "ha crescenti legami con le potenze asiatiche, ... e lo stesso vale per i paesi arabi del Golfo...".
Il nucleare, secondo me, per quanto gli scenari che suggerisce - e ha concretamente causato - abbiano un impatto terribile nella realtà e sul piano emotivo, sono "solo" un anello di un gioco di interessi molto più complesso, di rapporti di forza i cui addentellati geopolitici, economici, finanziari spesso sfuggono a molte letture anche attente, e sì, ... spesso rischiano anche di sfuggire di mano ...
"No nukes", no al nucleare, con un sorriso. Hiroshima, 6 agosto 2011. Foto di Stefano Carrer, dal volume Fukushima (2011-2019) Diario di un giornalista sul campo.


